Parmamarathon, nel segno del 2

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Sembra strano, eppure questa volta è iniziato tutto per caso. A volte scegliamo una corsa per la bellezza del percorso, altre volte per il numero di partecipanti, o magari perché è facilmente raggiungibile da casa. In questo caso scelsi la Parmamarathon esclusivamente per un motivo economico. Verso la fine dell’anno scorso infatti era uscita la promozione che ci si poteva iscrivere a 15€ entro il 31 dicembre. Perciò mi son detto: “ma sì dai, a Parma non sono mai stato, sarà l’occasione per farsi un giretto.Poi con il passare dei mesi, tra il recupero dall’infortunio e le prime gare, la maratona di Parma è diventata l’obiettivo per la stagione autunnale, la gara da preparare.Inoltre era alla sua seconda edizione, e nella prima, leggendo qualche opinione online, sembrava fosse stata anche carina, perciò eccoci di nuovo ad affrontare la regina delle corse, la maratona.Anche questa volta i mesi che precedono il grande evento sono pieni di sacrifici, sempre a incastrare tutti gli impegni con gli allenamenti, alzarsi anche alle 4.30 del mattino per essere fuori alle cinque e sfruttare la temperatura decente che c’è in quel momento della giornata in estate. E anche questa volta un piccolo acciacco due settimane prima della gara, dolore al polpaccio destro dopo un’ora e mezzo che corro, o poco più.

Decido quindi di recarmi preventivamente a fare un po’ di terapia con le onde d’urto, stavolta non voglio che succeda come a Valencia, dove ho sperato che il riposo curasse tutto. Se voglio fare una bella corsa senza soffrire ancora una volta meglio agire tempestivamente. E nelle due uscite prima della maratona sembra che abbiano avuto il loro effetto: corse tranquille senza problemi.Inizialmente avevo deciso per pernottare due giorni a Parma, appunto per godermi la città, poi un po’ per lavoro un po’ per una partita che volevo vedere al sabato sera, ho deciso di partire direttamente la domenica della gara.Questa volta però non con la compagnia della trenta trentina. Aspettare tre ore o più al traguardo stavolta sarebbe stato troppo, perciò mi ha lasciato da solo ad affrontare il mio destino. 🙂 Scherzo. Purtroppo non poteva accompagnarmi, anche se fino alla partenza mi è stata vicino, incoraggiandomi più che poteva.

In compenso riesco ad organizzarmi con Max Bedonni, un compagno di avventure del Cicca (vedi gli articoli del ciclista) e due suoi amici: Maurizio e Michele. Per Massimiliano è la prima volta, e correre con un problema ad un dito che non gli dà proprio tregua, ma alla fine il fascino della maratona deve averlo colpito bene, perché se lo vedi sembra molto tranquillo e sereno, pronto ad affrontare un’altra grande sfida.Ritrovo previsto per le 06.30. Questo vuol dire che la sveglia è un’ora prima, giusto il tempo di fare colazione e partire. Qualcos’altro mangeremo poi prima della partenza.Come da previsioni inizialmente anche a Parma fa freschino, poi piano piano inizia a spuntare un bel sole, che porterà la temperatura sui 23°. Discretamente ottima si può dire.


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Ingresso al parco della Cittadella

Il posto scelto per la partenza devo dire che è azzeccatissimo: parco della Cittadella, bello grande, ed anche carino, dove se ti devi cambiare, stendere a fare stretching o altro non hai che l’imbarazzo della scelta.  Un po’ confusionaria forse la consegna del pacco gara, nel senso che i gadget per averli devi passare agli stend dei vari sponsor, ma a parte questo riusciamo subito a prendere pettorale è maglietta. Ed eccoci pronti, o quasi, perché non so i miei compagni di viaggio, ma sono discretamente teso.È sempre una maratona, e non sai mai quello che può succedere, nelle ultime settimane, forse per le tante cose che ho dovuto seguire, mi sono ritrovato a corto di energie. Le lunghe distanze, che adoro, sono diventate più difficili del solito da affrontare.

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Io e i miei compagni di viaggio prima della partenza, da sinistra: Maurizio, io, Max e Michele

L’atmosfera però è molto serena e piacevole, si scherza, si fa due chiacchere, capita pure che incontri il tuo vecchio compagno di stanza della maratona di Valencia, Maurizio!!è davvero bello poterlo reincontrare!! Mi dice che c’è anche parte della comitiva valenciana. Mi chiede anche della trattoria che mi ha consigliato quando sono andato alla wings for life. Dio ma perché pensare a queste cose a pochi minuti dalla partenza? Mi viene voglia di assaggiare uno tra quella miriade di primi che propongono!! Cavolo appena torno a Milano, gli ho detto, dobbiamo organizzare una cena lì.

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L’amico ritrovato 🙂

Poi lo start, si comincia, un po’ più di un migliaio di iscritti al via. Oltre alla maratona, c’è la trenta, la dieci, e la staffetta 4×10.La prima parte di gara, circa 8 km è dentro la città, poi si esce. Saranno tutti fuori i km, attraversando qualche paesino o in mezzo alle campagne. Questa è forse la cosa che un po’ magari mi è mancata, una parte interamente in città, stavolta non mi sarebbe dispiaciuta affatto. Inoltre il gruppo, dopo dieci km si è sfaldato, e questo mi ha portato ancora una volta a correre dei tratti con poche persone vicino, e a cercare con lo sguardo un gruppetto davanti da poter magari raggiungere.  Come un po’ alla trenta trentina. È vero che lì il paesaggio compensava, ma in questa maratona ho sofferto molto questo fattore ed alla fine si è fatto sentire. Nonostante cercassi di pensare alle parole di incoraggiamento che mi ha dato, al fatto che no, non potevo mollare, oltre alle ginocchia sentivo la testa pesante, c’era la tentazione di fermarsi e farseli a piedi gli ultimi km. Dopo metà gara andavo avanti per ristori, pensavo già a quello posto 5km dopo. E questo non va bene, avrei voluto liberare di più la mente.Ma ho resistito, e quando senti la voce dello speaker sempre più vicina e intravedi l’arco del “finish” ti sembra ancora una volta di toccare il cielo con un dito.Nell’attesa che arrivino i miei compagni riprendo coscienza di me tesso, mi rifoccillo con la bustina contenente qualche prodotto alimentare e vado a prendere il cellulare, voglio avvisare qualcuna che sicuramente è in pensiero :-). Dopo poco più di un’ora ecco che arriva Max, con gli occhiali da sole e una faccia che è leggermente diversa dalla partenza, ma sempre sereno. Ci scambiamo un po’ di considerazioni, poi mi dice che tra poco dovrebbero arrivare anche Maurizio e Michele.

L’arrivo di Max

A parte le notizie poco belle, quello che mi rimarrà di questa maratona sarà sicuramente la compagnia, partire insieme per una gara, condividere le stesse sensazioni, il pre e post gara. Tutto molto piacevole, e di questo ringrazio Max, Maurizio e Michele.Una maratona poi contrassegnata dal numero due; come la seconda edizione della Parmamarathon, come la mia seconda maratona, o come il mio pettorale: 222 🙂 . Compagnia a parte ora però dovrò riacquistare la voglia di correre che negli ultimi mesi un po’ si era persa. Preparare la maratona ti porta via sia energie fisiche che mentali, ed è capitato purtroppo che perdessi il gusto di correre. Forse un nuovo obiettivo, un’altra corsa che mi metta alla prova, potrà farmi tornare la voglia di sognare ad occhi aperti l’istante in cui mi sarei schierato al via di quella gara.

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La prima alla trenta trentina

L’autunno, forse più della primavera, per il runner è sinonimo di gare. Il calendario podistico ne è pieno, non c’è domenica senza una corsa in un qualche paesino o in una grande città, che sia una 5 Km, una 10Km o una 21 Km. Ma soprattutto è questo il periodo in cui, nella maggior parte dei casi, cade il giorno prescelto per chi ha deciso di correre i famosi 42.195 m. Quel momento è vicino, i dubbi e le domande si fanno sempre più frequenti: “ce la farò? Sarò abbastanza in forma? E se non andasse come spero?”. È vero che ne ho già corsa una, quindi so cosa si prova, ma la corsa regina non va mai sottovaluta, troppe le variabili che possono incidere in un percorso così lungo.

Una 30 Km diventa perciò l’occasione per testare le condizioni del motore, come dice il buon Vito, vedere se la macchina è in grado di affrontare una corsa come si deve oppure no. Quale pista quindi si potrebbe prestare per questo scopo? È già un paio di anni che in questo periodo sento parlare della “trenta trentina”, la nostra amica blogger doodlemarti l’ha fatta, e la ringrazio per “avermi messo la pulce nell’orecchio” grazie all’articolo che scrisse un anno fa, sembra davvero un bel posto per godersi una 30 km, personalmente ho costeggiato il lago di Caldonazzo, quindi sì, era decisamente quello che mi ci voleva. E come ogni corsa che si svolge a Trento e dintorni è sempre una bella occasione per rivedere un fratello e abbracciare i nipotini.  Questa volta poi, la presenza della persona che da sei mesi a questa parte è entrata nella mia vita rende tutto ancora più speciale.

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I laghi di Levico e Caldonazzo

Benché fossimo in Trentino da quasi una settimana, la sveglia Domenica suona abbastanza presto, in modo fa fare una buona colazione, partire con tutta calma per Levico Terme, e trovare più facilmente parcheggio. Pacco gara già ritirato il pomeriggio precedente, quando sulla cittadina c’era un bel sole. Cosa che non si può dire di questa mattina, non ancora, il tempo è nuvoloso, la temperatura prevista è di 12°. Praticamente poco al di sotto della condizione che considero ideale, sono indeciso se tenere una manica lunga oppure una corta, alla fine opto per la seconda, con l’aggiunta di due copri braccia che mi ero comprato quando mi ero sbucciato un gomito, devo dire che sono stra comodi.

Piano piano inizio a scaldarmi, alterno corsa e un po’ di camminata, e mi godo un caffettino tattico una mezz’ora prima della partenza. Anche la piazza piano piano va riempiendosi, inizia il commento dello speaker che introduce la gara e rivolge anche un paio di brevi interviste. Oltre ai numeri in aumento, mi colpisce la frase che usa per caratterizzare il percorso, sarà una corsa “muscolare”, a detta sua. Il giorno prima mi sono soffermato a guardare un po’ il percorso, cosa che non faccio quasi mai. C’è del dislivello, ma la cosa non sembra toccarmi più di tanto, alla fine in teoria costeggiamo due laghi, quanto dislivello ci sarà mai.

LA PARTENZA

Già, peccato che ancora una volta la pratica è ben diversa. Inizialmente i piccoli sali e scendi dei primi km in mezzo a Levico Terme sono piacevoli, poi per un tratto si costeggia il lago di Levico, e ci si allontana passando in mezzo a distese di meleti verso il lago di Caldonazzo. Sto anche bene, il ritmo che tengo, ascoltando due  vicini che parlano tra loro, è veramente buono.Mi viene da pensare che nel frattempo si sta svolgendo la corsa a cui tengo di più, quella che tira fuori il meglio di me, la mia cara “maratonina lamarina”, e per un po’ cerco di immaginarmi di ripercorre le strade che mi sono tante familiari, se chiudo gli occhi mi sembra per un istante di essere lì. Poi piano piano i sali e scendi si fanno sempre più frequenti, non sono tosti, ma il loro numero, così come le curve che ci sono, si fa sentire. Fortunatamente la fatica è attenuata un po’ dal paesaggio, perché fare tanti km costeggiando il lago è davvero bello.

Sapevo, sempre grazie alla nostra amica :-), che un momento critico sarebbe stato intorno al 23-24esimo km, quello però che non mi aspettavo è che già al 20esimo le ginocchia iniziassero a cedere, non riuscivo a spingere come volevo, sentivo una gran fatica. E mancavano ancora 10 Km. Per un attimo ho pensato “no dai, non può finire qui, poi che figura ci faccio, ritirato a due terzi di gara”, ritornano alla mente alcune frasi del grande Calcaterra che pronuncia in un video “certo, qualche volta mi sono sentito stanco, e i momenti di crisi non sono mancati, ma è nella sfida con me stesso che supero i miei limiti, e questo mi dà la forza di continuare”. Superato il 24-esimo inizia una bella discesa che ci fa riacquistare velocità, recupero le forze che mi permettono di tenere duro nell’ultimo tratto, ombreggiato e lungo il lago di Levico. La luce del sole che nel frattempo è venuto fuori e si riflette nelle sue acque blu mi distrae un po’ dalla fatica, e nel finale riusciamo ad essere anche un piccolo gruppettino che taglia il traguardo. Lei cerca di attirare la mia attenzione, mi chiama, eppure non sento niente, la vista è anche un po’ annebbiata, riesco a prendere la medaglia e a ringraziare, come ho fatto ai punti ristoro. Solo dopo aver bevuto due bicchieri di thè caldo riesco ad essere più lucido, la cerco con lo sguardo e la vedo.

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Ora la corsa è veramente finita, posso rilassarmi con la persona speciale che mia accompagnato fin qui, e che oggi, oltre ad aspettarmi per poco più di due ore mentre scorrazzavo intorno a due laghi, mi ha anche fatto da fotografo, condividere con lei il bel risultato ottenuto, 65esimo in classifica, e godersi il pasta party, oltre che una bella fetta di strudel prima di lasciare il Trentino.

COMMENTI A MARGINE SULL’ORGANIZZAZIONE:  Per essere alla sesta edizione devo dire che l’organizzazione era ben curata, all’arrivo, dopo un piccolo spazio circolare c’era subito un corridoio che ti portava al ristoro, così non si creava la calca che c’è solitamente subito dopo il traguardo. Anche se a detta di qualcuna 🙂 mancavano delle persone che facevano avvicinare gli atleti una volta arrivati , visto che si piantavano appena varcata la linea.  A parte questo i ristori erano ben forniti, e anche i volontari ti davano sia il bicchiere che la bottiglietta riempita a metà, cosa che ho trovato molto comoda. L’unico nota negativa secondo me sono state le docce,  che si trovavano presso la piscina di Levico. Per circa 2000 iscritti, nella maggior parte uomini, tre docce per spogliatoio a mio avviso erano veramente poche. Non dico di avere dei gran spogliatoi, però sicuramente un maggior numero di docce, anche se lontane dalla zona di arrivo. Ah, e il pacco gara, se invece dei soliti volantini che mettete dentro, tanto ce li danno quando arriviamo all’expo, ci mettete qualche altro gadget tipo due pastine, dei biscotti o magari mezzo litro del mio caro latte Mila non sarebbe male.

 

Edelweiss (legend into the wild)

“Edelweiss, legend into the wild”, è così che il mitico Giorgio Murari chiama questa sua creatura inserita negli appuntamenti del Ciclofachiro. E’ un percorso che si snoda quasi prevalentemente su ciclabile con partenza ed arrivo al bicigrill Bike Break, la cosa mi attira ed una serie di circostanze mi porta ad essere libero per quella data: si va!! Sfortunatamente sono il solo del gruppetto bolognese, al momento della mia iscrizione online ci sono già Marco e Moreno, che però hanno decisamente un passo superiore al mio, poi c’è Max, il veronese, con lui vado sul sicuro; negli ultimi giorni scorgo il nome di Fausto e Pino, il gruppetto anche per questa volta è fatto. Parto da casa il venerdì in serata, prevedo di dormire in macchina per poi fare le cose con calma l’indomani. Arrivo al bicigrill verso le 22:00. E’ molto animato, mi sistemo nel parcheggio e scambio quattro chiacchiere con chi come me ha avuto la stessa pensata logistica, prima di provare a riposare. Benché la partenza sia fissata per le nove, alle sei sono già in piedi: farò le cose con la dovuta calma e la disponibilità dei locali del bicigrill agevola le operazioni routinarie pre-partenza. Piano piano iniziano ad arrivare i ciclisti, si ha il tempo di scambiare quattro chiacchiere. Pino racconta della sua Londra-Edimburgo-Londra e degli imprevisti meccanici (rottura raggio) che il suo gruppetto ha dovuto affrontare. Ecco, mi dico, se c’è una cosa che non vorrei mai accadesse è proprio la rottura di un raggio, sono impreparato.

 

 

Dopo un piccolo briefing, Giorgio dà il via alla manifestazione: siamo una cinquantina di ciclisti, il tempo sembra tenere e il morale è alto per tutti. Si viaggia sulla media dei 28 km/h, la sicurezza di non avvertire clacson non deve farci abbassare la guardia: siamo in tanti su questa ciclabile stretta e bisogna che ci sia spazio per tutti. Passano i chilometri e Radio Leone, come dice Max, inizia le trasmissioni. Ogni tanto qualcuno mi affianca:” Ma questo parla così sempre?”, “No, per adesso si sta limitando..”. L’inizio di alcune rampette sulla ciclabile favorisce lo sgranarsi del gruppo. Rimaniamo in 9 da Chiusa e qualche chilometro dopo ci concediamo una sosta birretta. Inizia a fare caldo, le gallerie dell’ex ferrovia offrono un po’ di refrigerio, qualche punto di sterrato un tantino troppo rovinato ci fa allenare i riflessi. Abbiamo percorso una ottantina di chilometri quando mi accorgo che la mia ruota posteriore un pochino pare decentrata. Il gruppo conferma le mie impressioni, procedo ancora un po’ prima di accorgermi del danno: un raggio si stacca, come volevasi dimostrare il pensiero mattutino prende forma. E adesso, che si fa?? Un cartello una cinquantina di metri prima indica un bike shop, proverò a chiedere una mano. Marco e Max rimangono con me. Inizio a pensare alla possibilità del ritiro. Al bike shop mi dicono che a Vipiteno dovrebbe esserci un meccanico che magari può aiutarmi. Sono probabilmente i 10 km più lunghi della mia vita, non riesco a parlare, per un momento mi estraneo da tutto. I miei custodi sono formidabili e mi portano fin in centro a Vipiteno, dove c’è il meccanico che è…APERTO!!! Questa è proprio una botta di fortuna: in una mezz’oretta sarà tutto risolto. Il bar vicino ci consente di ottimizzare la pausa con una giusta sosta. Sono rinfrancato, anche se un po’ le gambe mi tremano ancora, fatto sta che si riparte alla volta del Brennero.

Nella visualizzazione del percorso  dovrebbe essere un’ascesa abbordabile, tuttavia presenta diversi tratti a doppia cifra che ci fanno sudare e non poco. Solo Marco sembra non avere tentennamenti su quelle rampe. Comunque pedaliamo in uno scenario fantastico, immersi nella natura col solo rumore delle biciclette. Solo un signore con le sue caprette e qualche altro ciclista, per il resto siamo noi e la strada fino al Brennero. Cerchiamo un’attività per il timbro, foto al confine e poi giù verso le porte di Innsbruk.

Si unisce a noi Tiziano e poi un altro gruppettino. Torniamo ad essere una decina, la strada in discesa favorisce la velocità, a tratti faccio fatica a starci dietro. Le nuvole iniziano a farsi minacciose. A 5 km da Innsbruk si svolta e ci si arrampica a sinistra, proprio dove sembra esserci in atto una vera e propria tempesta. Si va avanti, il vento progressivamente aumenta e le prime gocce arrivano a bagnarci. Fortunatamente un market ci offre un riparo proprio nel momento giusto: adesso siamo dentro la tempesta, attendiamo, ristorandoci, che passi. Un ultimo chilometro in salita e poi giù verso l’aeroporto dove imboccheremo la ciclabile fino a Landeck. Da ora in avanti sarà tutto più selvaggio. La pioggia, la strada sterrata, il fango e le foglie cadute rendono tutto più wild appunto. Ritroviamo Pino con Fausto, Mariano e Carla. Il gruppo è più numeroso, adesso siamo in una decina alla conquista di Landeck. La pioggia non ci dà tregua. I materiali antipioggia poco possono sotto questa specie di diluvio, il sole a tratti sembra voler prenderci in giro, mostrandoci addirittura sprazzi di arcobaleno. Sono le 20:00 quando sostiamo per toglierci del troppo bagnato. La strada adesso si addentra in un bosco. Cala il buio, il fondo reso insidioso dal fogliame e dai rospetti ci induce a procedere con prudenza. Un autogrill ci appare come un’oasi nel deserto: ultima sosta prima di affrontare la notte e di rientrare in Italia.

La temperatura cala, a tratti la foschia riduce la visibilità. I paesini attraversati sembrano deserti. Una musica ad un tratto ci affascina, facendoci sbagliare strada: ci ritroviamo nel bel mezzo di una festa della birra, credo, dove pullulano ragazzini ubriachi che ci accolgono in grande stile, meglio andare, non si sa come può andare a finire.  Sono circa le 2:00 quando, finalmente, inizia la nostra scalata al Passo Resia. La strada la conosco perché fatta alla Monaco-Ferrara, non me la ricordo dura, ma è pur sempre salita!! Qualcuno azzarda degli scatti, giochiamo un po’ a prenderci in giro, Marco la fa col 50×11, sono senza parole. Alle 3:00 siamo sotto il cartello del passo, in Italia. Una foto testimonia il nostro passaggio; non ci sono attività aperte e non ne troveremo per molto tempo. Foto di rito al campanile e poi giù verso Glorenza. Siamo sugli 8 gradi, ancora bagnati e infreddoliti. Il vento non ci favorisce, la velocità si adegua di conseguenza. La speranza di trovare il laghetto aperto ci fa andare avanti, ma niente, anche questo è chiuso. Non c’è niente da fare, pedaleremo senza la classica sostina microsonno che probabilmente bene ci avrebbe fatto. Accuso un po’ la stanchezza, anche Max mi pare sia messo uguale. E’ ormai giorno quando riusciamo nell’impresa di trovare un bar aperto: è un assalto vero e proprio: consumiamo di tutto, dal caffè alla pizza e ai panini. Ci voleva proprio. Siamo ormai alle porte di Merano, l’idea dell’arrivo ci scalda più del sole. I paesaggi sono sempre stupendi e questo facilita la pedalata. Saliamo tra i vigneti, attraversiamo gallerie per poi riscendere più a valle. La salita e la successiva discesa sul lago di Caldaro ci ripagano della fatica.

Ultimo timbro, ultima sosta. Siamo ai -20 km. La temperatura si è alzata notevolmente. Iniziano scatti e controscatti, la mancanza di un gregario non mi consente di applicare la mia tattica per distaccare Pino, me la tengo buona per un’altra occasione. Come sempre è giusto arrivare tutti insieme: sono le 11:00, siamo arrivati. Un generoso piatto di pasta conclude questa avventura. L’aver saltato il riposino si è fatto sentire, la compagnia ha aiutato come sempre a superare qualche momento di difficoltà. E’ stato bello, abbiam trovato di tutto e di più, del resto credo che la variabilità delle condizioni su un percorso lungo regali quel qualcosa in più ad una prova. Ringrazio i miei compagni di viaggio, Pino e Fausto, Mariano e Carla e in particolare Marco e Max per avermi aspettato e scortato nella fase della debacle tecnica.

Ad un anno dal sisma torna a disputarsi un’altra edizione della Amatrice-Configno

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Prima che decidessi di prendere parte a questa corsa non avevo la benché minima idea di cosa fosse la Amatrice-Configno. Né che fossero state bene 39 le edizioni che si erano disputate, né tantomeno che rappresentasse un pezzo di storia dell’atletica italiana, dove hanno corso campioni olimpici del calibro di Gelindo Bordin, Alberto Cova, Gabriella Dorio, Stefano Baldini ed Ezekiel Kemboi o di altre stelle del mondo della corsa come Paul Tergat, Moorcrooft, Thompson.

Sapevo solo che avrebbe avuto partenza da Amatrice, e a me bastava. Finalmente potevo fare qualcosa, nel mio piccolo, verso coloro che in questo anno ha dovuto affrontare fatiche e dolori che posso solo immaginare. Il caso ha voluto che fosse un post sul gruppo wathsapp up della polisportiva ad attrarre la mia attenzione, in cui veniva menzionato il fatto che il nostro boss, Vito Melito, era stato invitato a partecipare.

Un giorno poi alle sei e un quarto del mattino, quando stavo finendo il mio allenamento, lo incrocio all’uscita dei cari giardini Margherita, facciamo due chiacchere, e poi gli dico: “caspita ho saputo che sei stato invitato a correre ad Amatrice” e lui “eh sì, ma dai vieni, sarà una bella occasione, organizziamo un pulman”.Dentro di me non aspettavo altro “va bene Vito, segnami pure”. Qualche giorno dopo mi telefonava per avere conferma, visto che il pullman organizzato era insieme ad un altro gruppo podistico di Bologna.Non rimaneva quindi che aspettare, allenarsi con qualche progressione in salita, dato che gli 8.5 km del percorso sarebbero stati collinari, e godersi un articolo inerente la corsa che farai sulla rivista che di solito leggi: “Runner’s”. Ben 7 le pagine dedicate.

Poi ecco arrivato il giorno tanto atteso. Ci si ritrova con un piccolo gruppetto davanti al negozio del capo. E ho così l’occasione per fare conoscenza con due ragazzi: Antonello ed Enrico. Il primo, da quello che poi ho visto, ama proprio godersi la corsa, credo che anche per lui la questione tempo è molto relativa, gli piace viaggiare e correre, è stato a New York, Berlino, Barcellona, Malta, e altri svariati posti in giro per l’Europa.Enrico invece lui sì che ci tiene al tempo, ultimamente sembra più preoccupato dalle analisi che ha fatto, con i valori di emoglobina, ematocrito e ferro sotto ai valori soglia!! Ovviamente nel gruppo tutti a consigliare bistecche a go go per recuperare.

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Da sinistra: Enrico, Vito, Antonello

Il viaggio sarà davvero lungo, per arrivare ad Amatrice ci vorranno sulle quattro ore e mezzo, considerando almeno una sosta, e se non ti metti a fare qualcosa il tempo non possa mai, certo fai due chiacchere, ma l’è dura comunque. A questo aveva pensato l’altro team manager che aveva organizzato il tutto: Gianfranco, che aveva già pensato a metter su una lotteria con dei piccoli premi, quali berretti, magliette, zainetti e contapassi.  Inoltre avevamo una valletta d’eccezione: Giulia, una bimba di otto anni, anche lei poi farà la Amatrice-Configno, in camminata.  Così tra un’estrazione e l’altra, la lettura della Gazzetta, che ha dedicato pure un articoletto alla corsa, e i vari discorsi che vengono fuori in pulmann il tempo sembra accorciarsi, e tutto a un tratto ecco che ti ritrovi a una mezzora da Amatrice.

Inizialmente sembra tutto normale, qualche casupola immersa nel verde del Parco del Gran Sasso e Monti della Laga che ti fa pensare “bello dai, davvero un bel posto!!”. Già sembra, perché poi avvicinandosi ad Amatrici si comincia a vedere qualche segno del terremoto che ha colpito questa terra, case con pareti del tutto sbriciolate, qua e là, lungo la strada, cumuli di macerie.La strada che porta verso il centro di Amatrice, inizio della zona rossa, è chiusa, perciò il pulmann è costretto a prendere una seconda via che ci permette di avvicinarci. Anche qui lo scenario cambia, accanto a case completamente integre, si alternano dei prefabbricati, che saranno più presenti in centro. È stato costruito un “simply market” e quasi difronte ci sono lavori per un piccolo centro commerciale, tutto rivestito in legno.È l’una e mezza, e mancano ancora poco più di due ore alla partenza, prevista per le 16.

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Dopo esserci cambiati lasciamo le cose nel pullman, che poi partirà verso Configno, e anche il gruppo si divide, ognuno libero di fare un giro e ritrovarsi poi alla partenza. Rimango con Enrico e Antonello, insieme cerchiamo un po’ di girare intorno alla zona rossa, presidiata dall’esercito, e passeggiare per il piccolo paese di Amatrice. Nel frattempo sono sempre più numerosi gli atleti che stanno arrivando, poco più di duemila sono le iscrizioni, e per un paesino così si notano tutti, anche perché la strada è una sola e non molto larga, perciò mentre cammini o corricchi incroci tutti gli altri che ritroverai poi alla partenza.Tutti in gran parte della zona di Rieti, ma anche qualche gruppo sceso dalla vicina Terni, da Perugia, da Brescia e poi noi.  Ed è bello vedere come tante persone si siano mobilitate, in questa domenica di Agosto per correre qui oggi. Per ciò che riguarda il percorso, dovrebbe prevedere una prima parte in discesa, un breve tratto pianeggiante, e poi la salita verso Configno.  Staremo a vedere, sinceramente non ho mai studiato bene il percorso, anche se devo riconoscere che, nell’unica volta che l’ho fatto, in maratona, mi ha aiutato.La partenza è contraddistinta da una serie di applausi e dalla benedizione del parroco. Poi lo sparo!!si comincia!!

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La partenza, giusto un pochino di gente 🙂

Per la prima volta mi capita che all’inizio do quasi delle gomitate a chi mi sta vicino, ovviamente senza volerlo, ma siamo tutti accalcati, e il primo km e mezzo rimaniamo così, cercando di evitare di inciampare e cadere. Caspita la strada, con tutta questa gente, sembra ancora più stretta. Decido quindi di stare completamente ai lati, così riesco piano piano a risalire il gruppo e a correre in maniera più sciolta.Le previsioni sono rispettate, la prima parte è in discesa con qualche tratto in piano, dopo si comincia a salire, mentre ci allontaniamo lo sguardo volge verso Amatrice, riesco, purtroppo a vedere meglio il suo centro, se così si può ancora chiamare, a parte la torre civica che è rimasta in piedi, almeno per la maggior parte, intorno c’è veramente poco e niente.Cerco di allontanare i pensieri che comunque si fanno strada nella mente, e cerco di concentrarmi solo sulla corsa. Il percorso è anche piacevole, dopo la metà si inizia a salire, in maniera davvero dolce, senza strappi, anche se si sente, faccio più fatica con il respiro. In più si aggiunge il fatto che da quasi mezzogiorno non ho mangiato, e ho solo bevuto un cappuccino e del thè. Un errore che sto pagando, perché faccio proprio più fatica del solito. È vero che sono qui per altri motivi, ma è pur sempre una corsa, e ci tengo a fare bene lo stesso. Vedo di recuperare un po’ di “benzina” e negli ultimi due km stringo i denti e finisco spinto dalla gente del posto che ti applaude.Il post corsa è la parte forse più piacevole della giornata, una volta cambiati nel pullman torniamo nella zona di arrivo dove ci aspetta un bel pasta party a base di amatriciana e vino. Il tempo è stato molto clemente con noi, inizialmente mettevano pioggia, poi nuvoloso, e alla fine c’è stato sempre sole, così ci siamo gustati il buon cibo mangiando sul grande spiazzo della zona di arrivo, ci siamo visti le premiazioni, ascoltato il discorso dell’organizzatore storico Bruno d’Alessio e preso l’annullo postale creato apposta per l’occasione.

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Tutto ha un sapore particolare: da un lato è piacevole e rilassante, dall’altro non puoi non soffermarti sui volti delle persone che ti circondano e pensare come sia incredibile, che dopo tutto quello che è successo qui, siano stati in grado, in questo giorno, di continuare a organizzare una corsa che c’è sempre stata, con tutto quello che comporta, fornirci di gadget carini, come la maglia sponsorizzata Mizuno e la medaglia celebrativa, non scontati, non oggi, e poi dare da mangiare a più di duemila persona, con una cordialità che ti lascia stupito. Me li immagino ancora adesso mentre scrivo, e nessuno di quelli che ho incontrato alla fine, da cui prendevo la frutta, l’acqua, e poi dopo la amatriciana, aveva la tristezza sul volto, anzi, sembrava proprio il contrario.La strada per tornare a Bologna è tanta, perciò appena abbiamo mangiato tutti rimontiamo nel pullman e si ritorna a casa.

Nell’articolo su Runner’s D’Alessio, alla domanda “che evento immagina il prossimo 20 agosto?” rispondeva, tra l’altro, “eppure a oggi io non so nemmeno su che percorso si correrà […] Certamente avremo problemi logistici, di numeri, e ci aspetta una sfida difficile. Io non ci dormo la notte, perché in tutti questi anni mi ha sempre portato avanti l’idea di mettere in piedi un evento serio, organizzato nel migliore dei modi possibili. E oggi non so quello che Amatrice può dare al prossimo, così presa dai mille problemi quotidiani che la assillano. Quello che mi dà coraggio è l’approccio di chi si sta iscrivendo, senza accampare alcun tipo di richiesta. “Noi veniamo e quel che deve succedere, succederà”, mi dicono. […] È una sfida, e bisogna metterci il cuore, come faranno quelli che il 20 agosto saliranno fin quassù, apposta per esserci”.Ora che è la corsa è terminata posso dire che la sfida l’hanno vinta, ci hanno dato molto di più di quanto potevamo immaginare, il calore che ci hanno trasmesso non ha prezzo, e lasciando Amatrice non posso che augurarmi due cose: tornare ancora a correre qui, sperare che questa sia stata davvero l’edizione della rinascita.

IL POST CORSA

Tour d’Ortles ’17

E’ da quando mi sono avvicinato al mondo delle rando che strizzo l’occhio a questo evento. L’idea di percorrere strade che hanno fatto la storia del ciclismo mi attira particolarmente, sia per la durezza della prova (mai affrontata una extreme), sia per la bellezza dei luoghi attraversati. Così già da quest’inverno è caccia all’iscrizione, cercando nel frattempo di creare un gruppetto col quale affrontare quest’avventura. Un inverno passato davanti alle webcam dei passi, ad immaginare il momento in cui avrei attraversato quelle strade, un’attesa resa ancora più critica dalle condizioni ballerine del tempo: a due giorni dalla partenza è la neve la prima ad arrivare su Stelvio e Gavia, gettandomi un po’ di panico addosso. Dovrei partire con Ivano e Max, ma il meteo tende a scoraggiarci. Il primo a gettare la spugna è Ivano, io e Max un’ultima speranza ce l’abbiamo. Aspetteremo l’ultimo momento utile prima di partire. Il primo messaggio del venerdì da parte di Max, alle 7 del mattino, è una foto del Gavia innevato: si resta a casa!! Alle 9 una foto delle previsioni che sembrano migliorare, l’intento di Max è quello di partire, almeno per fare lo Stelvio; la mia risposta: ” ..andare solo per lo Stelvio mi lascerebbe un senso di incompiuto. Fare il Tour in condizioni di pericolo non ne varrebbe la pena, non siamo prof. Farlo lo stesso sarebbe da leggenda….!!“. Intanto scambio qualche parere anche con Danilo, già a Merano dal giovedì: anche lui deciderà all’ultimo. L’ultima telefonata per la decisione finale: io e Max partiamo!! Poco prima delle 18 siamo a Merano per il ritiro del pacco gara, giusto in tempo per il briefing. Ci raggiunge anche Fausto di Verona. A cena si cerca di stemperare la tensione, tuttavia a Danilo riesce difficile smascherarla. Per adesso il tempo sembra tenere, non fa nemmeno eccessivamente freddo. Dopo cena, ci dirigiamo verso il parcheggio con l’intento di preparare le bici per avere un po’ più di spazio in macchina e cercare di dormire qualche oretta. La pioggia improvvisa ci fa cambiare programma. Scambiamo quattro chiacchiere, è ormai mezzanotte quando la pioggia cessa. Decidiamo di approfittarne per “configurare i bolidi” e magari recuperare un po’ di tempo perduto posticipando la sveglia. Le ore passano, avrò dormito una ventina di minuti, Max niente, Fausto forse un po’ di più. Torna la pioggia: non immaginavo di partire in queste condizioni, ma ormai siamo in ballo e siamo pronti a ballare.

Alla partenza incontriamo il gruppo del Traguardo Volante di Verona (Max, Enrico, Daniele, Maria..). Danilo, come tanti altri, decide di posticipare la partenza aspettando condizioni migliori; io, Max, Carlo, Fausto e Max di Verona partiamo. La pioggia non mi ha mai spaventato, quello che occorre è solo un po’ più di attenzione. La presenza di Max, il veronese, mi rassicura: è il suo secondo Tour, ma da queste parti si è palesato già più di una volta, tant’è che il percorso lo conosce quasi a menadito. Attenzione, dicevo, è quella che ci vuole, è quella che un po’ mi manca quando dopo appena due chilometri in un passaggio tra strada e ciclabile scivolo cadendo abbastanza goffamente. Fortuna che la premunizione dell’imminente caduta mi fa trovare pronto e l’impatto non sembra lasciare conseguenze. Questo tratto di ciclabile fino a Prato è l’unico di tutto il percorso che conosco per averlo percorso al contrario alla Monaco-Ferrara. La pioggia appena fuori Merano ci dà tregua, consentendoci di svestirci dell’abbigliamento in eccesso. Alle 7 siamo a Prato, l’andatura non è stata da primato, l’importante è gestire le forze in vista della salita. Ormai ci siamo, lo Stelvio attende il nostro passaggio. Max mi consiglia di non guardare mai in alto e soprattutto di prendermela con della calma se voglio arrivare sano. Sulla gestione delle risorse gli do pienamente ragione, ma non vedo l’ora di vedere il serpentone, non posso perdermi uno spettacolo simile. Il gruppetto si sgrana lungo la salita, rimango defilato, in silenzio, cercando di diventare un tutt’uno con la montagna. Arriva Danilo con i suoi amici: nettamente diversa la loro andatura, ma questo era in preventivo. Prima dei tornanti recupero su Max che appare scarico e quasi privo di forze: pedala a stento, mollerà poco più su. La mia scalata procede senza intoppi e senza variazioni di ritmo. Mi alimento come da programma ed il susseguirsi di tornanti mi dà l’impressione di avvicinarmi alla vetta. Poco prima del quattordicesimo tornante, avvisto una fontana sulla destra. Mi fermo per cercare di recuperare un po’ di forze. Sarà l’altitudine, ma accuso un po’ di stanchezza. Non sono l’unico, a guardarmi in giro. Fino all’ottavo tornante procedo a fatica, poi il countdown mi aiuta a conquistare la vetta. La cima innevata e stracolma di ciclisti e motociclisti è stata conquistata. Mi ritaglio un angolino per la foto di rito, non può assolutamente mancare. Al controllo ritrovo Danilo, anche lui stranamente affaticato, che mostra qualche remora nel continuare. Mi vesto e mangio qualcosina. Il panorama è davvero suggestivo, ho fatto bene a venire, grazie Max per avere insistito!!

Max il veronese è pronto già per la partenza, Carlo decide di mollare per i problemi allo stomaco. Arriva Daniele, Max si aggrega al suo gruppetto. Troppo forti in salita per me, costituirei un peso per loro, penso, così decido di portarmi avanti. La discesa è fredda e trafficata, non riesco a godermela appieno. Noto inoltre che la mia ruota anteriore oscilla leggermente, probabilmente la caduta ha fatto un minimo di danno. Procedo con prudenza fino a Bormio. Ho un attimo la mente offuscata, decido di fermarmi e fare il punto. Sono rimasto da solo, non ho traccia, fortuna che Daniele mi ha dato il suo roadbook. Ho perso un po’ di lucidità e motivazione. Prendo il telefono: un messaggio inaspettato mi ridà coraggio e spirito: mi rimetto in sella decidendo di prendermela con calma senza pensare troppo. Così a Santa Caterina di Valfurva mi fermo in un bar per rifocillarmi con un panino, prima dell’attacco al Gavia. Sono 12 km di salita, molto spettacolari. L’asfalto non è dei migliori, ma l’aspetto selvaggio di questa montagna me lo fa preferire allo Stelvio. Ogni tanto mi fermo ad ammirare la bellezza del posto, impossibile fare diversamente. Ai -5 dalla vetta vengo raggiunto da Daniele, Max ed Enrico. Il tempo peggiora, addirittura grandina. Questo è il tratto più duro, ma l’aver ritrovato un gruppetto mi agevola e rassicura. In vetta piove e fa freddo.

La discesa è stretta, la galleria illuminata “a notte” ci prende alla sprovvista, ma passa indenne. Il traffico sulla strada stretta ci costringe a mettere piede a terra più di una volta, ma alla fine arriviamo a valle. Breve pausa e si parte con l’attacco al Tonale. La salita è regolare e riesco a stare col gruppetto. La pioggerellina ci accompagna fino alla successiva discesa. Il fondovalle ci porta il sole, anche in abbondanza. Adesso anche il meteo è dalla nostra e il più sembra passato. In realtà il Palade anche se di per sé non rappresenta una salita dalle particolari difficoltà, è caratterizzato da un tratto intermedio vallonato e panoramico che presenta anche pendenze a doppia cifra: meglio prendersela con calma!! In località Fondo inizia la vera e propria salita. Rimango con Max, mi sembra di andare anche abbastanza bene, Daniele ed Enrico vanno pure meglio. Secondo i nostri calcoli mancano meno di 5 km all’arrivo, ma un cartello che indica i – 7 ci dà una brutta notizia!! Mi viene fuori un’esclamazione poco riproducibile, anche Max e Daniele accusano il colpo, ma che vuoi fare, continuiamo a pedalare. Poco prima della vetta torna a piovere in maniera anche abbastanza copiosa. Non riesco nemmeno a fare la solita foto col cartello. Indosso l’antipioggia, mangio qualcosa e con il gruppetto imbocco la bellissima discesa che ci porterà alle porte di Merano. Sono una ventina di chilometri che affrontati in condizioni di asciutto sarebbero potuti essere davvero divertenti, invece chiudiamo stoicamente questo brevetto così come l’abbiamo iniziato: sotto l’acqua.

L’applauso degli organizzatori e l’ultimo timbro certificano il nostro arrivo. Ce l’ho fatta, incredibile!! Non riesco ancora a rendermene conto. Dopo la doccia, a tavola ritrovo Danilo, arrivato poco prima. E’ stanco, ma felice. Scambiamo impressioni a caldo, siamo soddisfatti, si vede. E’ stato bello, è stato faticoso, è stato più di come lo avevo immaginato, ma è stato asfaltato. Ringrazio gli amici di Verona, dei veri e propri trascinatori, ringrazio Max per avermi spronato e accompagnato, ringrazio me stesso per averci creduto e per averlo sognato. L’impegno clou della stagione è stato centrato, vedrò adesso passo dopo passo, in base agli impegni quello che si riuscirà a programmare, per adesso mi godo questa sensazione di felicità con qualche consapevolezza in più dei miei limiti e con la voglia di scoprire fin dove è possibile spingermi, staremo a vedere!!

 

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Run on San Francisco

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Running global day

Si dice che per godersi appieno una città ci siano tre modi: camminando, in bici, o di corsa. Da quando sono qui ho sperimentato la prima,e ovviamente  poteva mancare l’ultima? Tre uscite,ognuna diversa dall’altra,ma tutte belle.

Nella prima mi sono detto: dai rifacciamo il percorso fatto a piedi il giorno prima, sarà dura nelle salite, ma per il resto si può fare. Si comincia, e già nel lungo rettilineo che affronto la marea di semafori che ci stanno mi spezza il ritmo. Vabbè, continuamo, imbocco la salita di Duboce Ave, molto ripida, “accidenti a quando mi vengono in mente queste idee”. So però che la vista che si gode dal parco ripaga, così ne approfitto per fare qualche foto e ripartire.

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In cima a Buena Vista Park

Ero convinto di aver preso la via giusta,ma evidentemente mi sbagliavo,perché perdo l’orientamento,così passo quasi dieci minuti tra qualche imprecazione, Google maps che non carica la mappa e un’anima buona che mi chiede se ho bisogno di aiuto. Thank you very much, e via verso la prossima salita, quella di lombard Street, qui me la sono cercata,perché sapevo quello che mi aspettava,ma ancora una volta la vista ripaga.

A questo punto nei pieni la strada portava dritto all’oceano,poi da lì la sapevo alla perfezione la strada. Già, peccato che la via che percorro si trasforma ancora in salita, e mi ritrovo al di sotto di un punto panoramico che consiglia la guida: la Coit Tower. Altra faticaccia,ma altra bella vista.

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Vista dalla Coit Tower

E ora via verso l’oceano!!..ehm, ma dov’è la strada? Non avevo guardato bene, la strada si interrompe lì. Ma cavolo ci sarà un modo per passare di sotto,dove più in basso vedo che continua.

Questa volta l’anima buona è rappresentata da una signora che parla anche due parole in italiano,e mi indica una via dov’è poi troverò delle scalette per scendere. Evvai!!!

Il ritorno in ostello è accompagnato dal vento,che non mi ha mai abbandonato, mannaggia a me che non portato la giacchetta antivento:tanto a che ti serve a San Francisco?

Secondo round: andiamo a vedere un altro punto panoramico, ok che c’è un pezzo in salita, ma ormai ci stiamo abituando. Si, come no!peccato che stavolta arrivato in cima c’era un vento che sembrava la Bora!ho pensato bene di togliermi il cappello e metterlo sotto ad un sasso,sennò chissà dove finiva.

E anche qui panorama stupendo!

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The last: l’ultima corsa che ho fatto invece è stata molto carina. Praticamente qualche giorno fa mi son chiesto:vediamo se organizzano qualche corsa,magari di domenica. Così scopro che il 7 giugno è la giornata mondiale della corsa, nata negli States nel 2009, e a San Francisco avevano programmato una serie di corse, con l’inizio in punti diversi della città, e anche organizzatori diversi. Opto per quello più vicino all’ostello,ritrovo 6.30 pm.

Arrivo con un po’ di titubanza, chissà che faremo e che giro hanno scelto. Oltretutto il mio english non è il massimo.Dopo essermi registrato, mi danno un braccialetto verde,per il gruppo in cui partirò, poi via con un po’ di riscaldamento nella piazza antistante.

La corsa è stata davvero molto piacevole,innanzitutto non avevo mai corso in gruppo,poi anche qui abbiamo fatto qualche salita con vista panoramica, costeggiato la baia e ritorno al punto di partenza.

Credo il miglior modo per festeggiare il running global day 😊😊

Il brutto sono davvero tutti questi sali e scendi, o forse è il bello,chi lo sa!!…di sicuro la cosa stupenda è correre,sempre.

Randogiro dell’Emilia

Ultimo atto, il più difficile, di una prima parte della stagione fin’ora andata secondo le aspettative. Un 600 che di per sé questa volta non rappresenta nessun traguardo particolare per me, se non la solita sfida con me stesso. Ben diverso il significato che questa prova ha per Ivano, che al completamento della stessa conquisterebbe la Nazionale. Così più per far da spalla a lui decido di partecipare.

A San Vito già dal venerdì sera per una birra e quattro chiacchiere con gli amici di questa ennesima avventura e poi in branda ad attendere la partenza. L’indomani, insolitamente, Ivano riesce ad essere puntuale, sicché si ha anche il tempo per salutare i randoamici e per pianificare la tattica. Questa rando è composta da due anelli di trecento chilometri circa ciascuno, dalle caratteristiche simili: prima parte pianeggiante, dislivello nel mezzo e leggera discesa o pianura nel terzo settore. Se riuscissimo a rimanere in gruppo, mi dico, almeno nelle parti iniziali, sarebbe ottimale per noi. Ed infatti, perdiamo da subito le ruote delle solite lepri e forse va veglio così: il ritmo imposto da me, Moreno, Marco, Franco, Fabio, Fausto, Eros e gli altri ci consente di arrivare senza apparenti difficoltà al controllo di Carpi. Quando si inizia a salire le cose cambiano, ma niente problemi: fino al secondo controllo, presidiato dalla nostra capitana Sonia, cerchiamo di tenere botta, poi ognuno andrà del proprio passo. La giornata è di quelle prettamente estive e quando lo sforzo si fa più intenso le differenze di allenamento e preparazione emergono senza possibilità di scampo, così i distacchi in salita si fanno sempre più grandi. Il solito controllo consente un po’ di riassestare le cose. Come da previsione, rimango con Ivano, Cinzia, Eros e Max. Affrontiamo il tratto centrale più duro rimanendo compatti. Le fontane, come oasi nel deserto, ci offrono refrigerio, fa veramente caldo. Porto già i segni del leggero sole di oggi sulle braccia e sul volto, ma si va avanti lo stesso. Così in serie passiamo Castelnuovo ne’ Monti, Serramazzoni e Pavullo, prima di rientrare a San Vito per la conclusione del primo anello. Sono le 22:30 circa, giusto in tempo per vedere il secondo, il terzo ed il quarto gol del Real….Dopo una gramigna ristoratrice, decidiamo di riposare un paio d’ore con ripartenza fissata per l’ 1:30. Non riesco a dormire granché: in camper c’è una zanzara che mi perseguita. Sono 7-8 i suoi baci che troverò al risveglio sul mio corpo.

 

 

Suona la sveglia: sono ancora abbastanza provato. “Dai Ivano, dobbiamo andare”. “Aiutami, aiutami, ho un crampo” mi dice. Sono attimi di silenzio. Il dolore non passa. Gli dico che non è mia intenzione lasciarlo: se non se la sente, per me finisce qui; se vole provare, sarò al suo fianco. Anche se non è uno che lascia traspirare tanto, capisco che un pochino ci tiene a conquistare la maglia della Nazionale ed infatti decide di continuare. Col solito gruppo simpatia ci addentriamo nella notte “pianurosa” che ci porterà ad Imola. Eros sembra che abbia riposato più degli altri: l’andatura si attesta al di sopra dei 30 km/h. La temperatura questa volta è quella giusta, qualcuno indossa anche un antivento. Alle 6:00 arriviamo al controllo ad Imola. Scambiamo quattro chiacchiere con gli organizzatori e poi, qualche chilometro più in là, ci fermiamo in un bar per prenderci ancora una mezz’oretta di pausa.

 

 

Si sale verso Firenzuola, in una giornata fortunatamente coperta, ma anche ventosa. Cinzia ad essere gentili dice che detesta questa strada. Io dopo un primo momento di appannamento, riprendo le forze e sono lì a dettare l’andatura. Sosta gelato a Firenzuola, l’ennesimo e neanche l’ultimo. La salita della Cornacchiaia è lo spauracchio di giornata, fortunatamente passiamo indenni anche questa asperità e siamo sulla Futa. Da qui un po’ di relax in discesa per poi risalire verso i laghi Brasimone e di Suviana. Il sole torna a farci visita e lo fa in maniera importante. Nel fondovalle verso Sasso Marconi mi sembra di non averne più. Cerco di stare a ruota, ma faccio davvero fatica. In paese una fontana, l’ennesima salvatrice. Praticamente mi ci quasi tuffo dentro, almeno mi ripiglio una botta!! Manca l’ultima salitina, Mongardino, che di per sé no sarebbe niente di eccezionale, ma fatta con 540 km già nelle gambe a 35 gradi diciamo che fa la sua porca figura. In cima l’ultimo controllo-ristoro, qualche chilometro di fondovalle e finalmente San Vito….Macché, alle porte della città il percorso si snoda su strade secondarie, argini e strade bianche che sembrano allontanare i nostri sogni di gloria. Ho un’altra mezza crisi: non riesco a tenere aperti gli occhi, probabilmente il vento caldo ha asciugato le mie lenti. Mancano quindici chilometri, cerco le ultime energie e mi rimetto davanti per gli ultimi chilometri. Una rotonda e lì sulla sinistra il traguardo. Sonia ci attende per festeggiare questa piccola impresa, ci godiamo gli applausi dei presenti.

 

Guardo Ivano, mi sembra stanco, ma ce l’ha fatta, ha conquistato la Nazionale. Tra noi uno sguardo, una stretta di mano. Basta poco per trasmettersi la felicità. Non credo avesse preventivato ad inizio stagione un traguardo simile, voglio pensare che il mio percorso ed i miei racconti siano stati uno spunto per lui e questo mi rende ancora più contento. L’abbraccio con Cinzia, Eros e Max ripaga della fatica di 34 ore di bici, passione, sudore e risate.

“Quando ne faremo un’altra insieme?” mi dice Cinzia. Questo mi basta per capire che qualcosa di me riesco a trasmetterlo anche in queste situazioni. “Molto presto Cinzia, molto presto!!”