I run for those who can’t-wings for life worl run

Negli ultimi tempi credo non ci sia stato giorno in cui non guardassi un video della wings for life. Quando gli allenamenti erano impegnativi o anche durante la 50km li richiamavo alla mente, pregustando il momento in cui avrei partecipato alla corsa che amo di più in assoluto. Forse è dovuto al fatto che non c’è un traguardo, una volta partiti non rimane che correre , oppure che l’intero ricovato delle iscrizioni è devoluto alla ricerca delle lesioni del midollo spinale. E sul finire dell’anno scorso mi sono detto che l’iscrizione alla corsa che mi regalo solitamente a Natale sarebbe stata lei. Dovevo solo decidere dove.

Ma per questo è stata abbastanza veloce la scelta: il volo che costava meno da Bologna, tra le località più vicine dove si sarebbe svolta, era per Vienna, perciò la destinazione era segnata, non rimaneva che aspettare il 5 maggio.

Dopo la 50km i giorni sono passati molto velocemente, e già mi ritrovavo a dover mettere insieme l’abbigliamento da corsa. Stando alle previsioni doveva essere nuvoloso con una decina di gradi. “Beh dai, stiamo leggeri, tanto la temperatura percepita sarà sui 17”. Peccato che il tempo è peggiorato rispetto alle previsioni, pioggia, vento e temperature in netto calo: 6°.

Mi dirigo in zona partenza due orette prima del via, e nel frattempo mangiare qualcosa, ma l’unica cosa che riesco a fare, a parte camminare un po’, è stare al chiuso per scaldarmi un pochino. Mi viene quasi da ridere al pensiero di dover affrontare tutto questo, ma alternative non ce ne sono, la testa dovrà fare uno sforzo in più per spingermi in questa corsa.

La partenza

I primi km sono un vero slalom tra le persone, non saremo 60000 ma di gente ce n’è ed è stupendo, riguardando qualche foto del fiume che si snoda all’inizio. Meno male che a Vienna a suo tempo hanno fatto delle vere autostrade, così man mano riesco a correre più liberamente e a godermi un po’ il tutto, non molto all’inizio, il tempo non ci da tregua, la pioggia continua a cadere fitta e ogni tanto prendendo qualche pozzanghera l’acqua entra dentro le scarpe.

La prima parte di gara è interamente dentro il centro cittadino, con i grandi palazzi e i principali monumenti a farci da sfondo, ci ricapita di passare nuovamente difronte allo start, e la gente che saluta e incita ci riscalda un pochino, poi verso il ventesimo km entriamo dentro al Prater, uno dei parchi più grandi che ci sono a Vienna, fare tutto il suo viale lungo quasi 5km è emozionante, perché tutto circondato da alberi ai lati. Una volta usciti mi sento molto bene, sarà l’effetto red bull, e inizio a spingere mentre attraversiamo un grande ponte sul Danubio, passaggio vicino al centro congressi e poi ci avviamo verso l’uscita dal cuore di Vienna.

Insieme alla parte dentro al Prater anche questa è davvero stupenda, imbocchiamo infatti una strada lunghissima che costeggia il Danubio, ne avevo letto l’anno scorso: se la si percorre tutta sono poco più di 20km, non mancano nemmeno qualche strappettino in salita, giusto per non farci mancare niente. Da qualche km ho superato il pacer dei 40 km, che si trascinava dietro un bel gruppetto, contavo di distanziarlo un po’ e tentare di arrivare al passaggio della maratona, ma evidentemente la stanchezza deve aver giocato il suo ruolo, perché di più, con il tempo agli sgoccioli, non posso proprio fare. I clacson della catcher car regalano l’ultimo momento di gioia di una corsa per me spettacolare.

È la domanda che mi faccio alla fine è una sola: riuscirò a vedere mai il sole a Vienna?

Dilemma a parte voto 10 all’edizione della wings for life di Vienna, partenza della gara in un luogo centrale abituato ad organizzare anche concerti, la zona circondata interamente da bagni chimici, quindi code veramente poche, quasi una decina di camion per il deposito borse,e il punto di ritiro del pettorale con relativa sacca situato all’interno dell’università, i ristori neanche a dirlo fornitissimi. Per concludere una medaglia degna delle grandi gare.

Quasi un peccato che sia finita.

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Randonnée Carlo Galetti

Località Corsico (MI).

Al momento Parigi dista 400 km, questo brevetto mi consentirà di annullare questa distanza e di completare gli oneri di qualificazione. Sono libero, fresco mentalmente, è l’occasione giusta. Non ho compagni di viaggio prestabiliti, ma non mi preoccupo più di tanto.

Partenza prevista per le 19:00. C’è tempo per salutare i pochi amici presenti (Moreno, Giuseppe, Roberto e Sergio), poi in griglia per il timbro. Primo tratto sulle strade cittadine prima di imboccare la ciclabile abbastanza trafficato. Il vento non fiacca la voglia dei più aggressivi che tengono il ritmo un po’ su di livello. Cerco di starci dietro. I primi 30 km scorrono via troppo presto, poi mi chiedo il perché di tanta fatica. Li lascio andare in prossimità del ponte di barche, sempre suggestivo, attivando in me la modalità di randagio. Sono sereno, ma un fastidio all’anca sinistra mi tormenta praticamente dal chilometro 1. Proseguo del mio passo, sempre controvento. Cala la sera. Alcuni gruppetti mi superano, il ritmo è ancora alto, li lascio andare. Ecco, questo è il treno giusto. Siamo una quindicina adesso e l’andatura è più adatta a me. Anche per questioni di sicurezza decido di rimanere in gruppo.

Km 100. Sosta bar, probabilmente dopo non se ne troveranno altri aperti. Sotto il profilo alimentazione sono ok, decido di continuare da solo. Sono a circa 25 km dal primo controllo, ma il dolore all’anca non passa, anzi. E’ costante, si presenta ad ogni colpo di pedale. Inizio a pensare che non sia il caso di continuare e mi fermo per fare il punto. Cosa faccio? Se mi fermo perdo forse l’unica possibilità di ottenere un 400 e Parigi addio, se continuo rischio di peggiorare la situazione e di allontanarmi ancor di più dalla partenza. Mancano 300 km, non sono pochi. E’ giusto continuare col dolore? E’ giusto pedalare senza poter godere di quello che si sta facendo? Non credo. Faccio prevalere la ragione, a malincuore devo dire basta. C’è delusione, tanta, ma credo di aver preso la decisione giusta. Penso a tutto il percorso fatto in questi anni, al sogno di poter completare la Parigi-Brest-Parigi svanito al momento per un guaio fisico. Cerco di essere lucido, alla fine la causa del ritiro “mi rasserena”, se così si può dire. Non per condizioni climatiche o guai meccanici, o per negligenza mia di qualche tipo. Non era prevedibile, insomma, e non me ne posso fare una colpa. E’ andata così e per adesso, anche se a fatica, devo farmela andare bene. Contatto l’organizzazione per comunicare il mio ritiro. Mi dicono che possono venire a prendermi, ma ho un po’ di rabbia da smaltire: tornerò indietro in bici, nonostante tutto.

110 km circa in solitaria, di notte. La testa va un po’ per fatti suoi. Incrocio numerosi randagi, li saluto e proseguo. Ogni colpo di pedale è un dolore pungente all’anca. Spingo ancora più forte, cercando di ridurre il tempo della sofferenza. C’è un timido vento a favore che mi agevola un po’. Mancano circa 65 km. Mi fermo per mangiare un pezzettino di focaccia. Apprendo da Facebook che anche Max ha dovuto rinunciare al suo grande obbiettivo di stagione per guai fisici. Dalle sue parole si capisce la dedizione e lo sforzo profuso per il raggiungimento di quel risultato, la delusione per l’esito ci accomuna. Mi rimetto in sella, imbocco la ciclabile. La notte, come ho già detto, è per gli esseri liberi, ed infatti mi tocca stare ben attento, qui, tra leprotti, ricci e rospetti. Qualche anatra al mio passaggio si leva in volo, forse disturbata dalle mie luci, facendomi prendere qualche spaghetto di troppo. Ultimi chilometri, ultimi metri di sofferenza. E’ finita, finalmente. Visibilmente stanco, più per la delusione che per lo sforzo fisico, non mi concedo nemmeno un attimo. Carico tutto in macchina e riparto.

Questa volta è andata così. Nessun epilogo festoso, nessun sorriso, nessuna birra. Non so se troverò il tempo per rimpiazzare questo brevetto. Al momento Parigi resta a 400 km che mi appaiono irrecuperabili. La spinta per provarci ancora però è già arrivata da chi mi sta vicino e mi incita costantemente. E allora che faccio? Posso non concedermi un po’ di ottimismo? Studio un attimo il calendario: Bologna, ancora lei, potrebbe essere la mia salvezza. Attendo di capire le cause del problema fisico per cercare di recuperare e presentarmi ancora una volta ai nastri di partenza.

Resto aggrappato al sogno ancora un po’…

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Oltre una maratona: la mia 50 km di Romagna

Reazioni ad notizia

Chissà che giorno era quando nell’autunno scorso, a colloquio con il caro Vito, gli dissi che volevo pormi un obiettivo sfidante, in termini di kilometraggio e percorso, volevo correre la cinquanta km di Romagna. Lui inizialmente si è lanciato in uno dei suoi mirabolanti racconti di corsa, poi con la sua solita calma ha iniziato a programmare la settimana di allenamenti. Nel corso dei mesi che sono trascorsi fino al giorno della gara, tra una gara sociale e l’altra, mi ha sempre spronato incitandomi a dare il meglio e mi ha aiutato a tenere sempre fisso l’obiettivo posto.

Anche in questa occasione non ricordo esattamente che giorno fosse, ricordo però che eravamo a cena quando comunicai alla mia ragazza che avrei voluto fare una cinquanta km, e non una qualunque con un percorso bello piatto, ma con soli e scendi e un bel tratto di quasi 5 km di pura salita. Lo sguardo che ha fatto valeva più di mille parole, sicuramente avrà pensato “sto con un pazzo”, poi ha detto che come sempre aveva fiducia in me e mi avrebbe supportato.

Si parte

Bene dai, con il loro appoggio adesso si poteva cominciare la preparazione, quest’ultima, a differenza di una maratona classica avrebbe previsto oltre ad un bel kilometraggio settimanale da coprire, anche diversi allenamenti in salita e molte uscite di tipo collinare, e fidatevi che di collinari ne ho fatti, su e giù per i colli bolognesi, scatti in salita ai piedi di San Luca, uscite da 3 ore, dal canto mio oltre agli allenamenti ho sempre aggiunto degli esercizi di potenziamento delle gambe, stretching prima e dopo la corsa, e ogni tanto un massaggio tonificante. Tutto quanto, o quasi, fosse necessario per arrivare il più possibile preparato al giorno fatidico, e fino al giorno prima mi sentivo proprio bene, sia fisicamente che mentalmente, ero teso, come sempre, ma pronto per la sfida che mi attendeva. L’imprevisto, però, come si suol dire, è sempre dietro l’angolo, e può colpire davvero quando meno te lo aspetti; a me è successo la sera prima della gara, pur non avendo mangiato molto (una pizza non troppo condita e una fettina di dolce), ho avuto dolori di pancia tutta la notte, e al mattino successivo, quando avrei dovuto fare una bella colazione, non avevo per niente appetito, e non mi è riuscito di mangiare se non un biscotto e un fettina di crostata, sperando che un minimo di energie me lo fornissero, poi una volta arrivati a Castelbolognese e parcheggiato la macchina ho subito preso un thè caldo al bar, un pochino stavo meglio, ma non così tanto. La mia ragazza, che anche in questa occasione mi accompagna per sostenermi, mi ha ricordato che c’era sempre una seconda alternativa: quella di non partire. Dentro di me sapevo di non stare in forma, e partire in riserva per una gara da 50km sarebbe stato rischioso, ma non mi andava di mollare così, sono partito a Valencia quando avevo sofferenza all’inguine e ho concluso la prima maratona, sarei partito anche questa volta, seppure non come avrei voluto. Inutile dire che in fase di riscaldamento le gomme non giravano proprio, non ne faccio molto visto che la partenza è imminente e dopo lo stretching mi metto in fila per varcare le transenne della partenza.

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Istanti pre gara

Alle 8.30 spaccate lo start, inizialmente percorriamo la strada in direzione del paesino di Biancanigo, piccola frazione a circa 2 km, per poi tornare verso la piazza centrale, dove la gente ci applaude e ci incita nuovamente, si fa un secondo passaggio sulla linea di partenza e ci si dirige nuovamente verso Biancanigo; dopo questo secondo passaggio imbocchiamo la statale Casolana.Questo tratto è un po’ bruttino, nonostante si inizia a capire come sarà il paesaggio che ci accompagnerà lungo il percorso: strada, ma con molto verde intorno, attraversando vari paesini, con le colline da sfondo, è così che dopo Cuffiano si entra al 10° km a Riolo Terme, passando nei pressi della Rocca Sforzesca del XIV secolo, poi un tratto in discesa per rifiatare e a seguire un tratto di 3 k pianeggiante fino ad Isola, dove iniziano i sali e scendi fino a Borgo Rivola.

Nelle foto sotto la partenza.

Cerco di non forzare mai, dare il tempo alla pancia perché magari passi un po’ il dolore, ma le cose non vanno proprio, sudo tantissimo, il berretto che porta è già completamente bagnato, oltre a questo ad un certo punto si affiancano due persone, che parlando un po’ del ritmo che stanno tenendo dicono “abbiamo percorso 18 km in un’ora e mezza”. “È un disastro!!!” penso tra me, se in quel lasso di tempo solitamente copro più di 21 km vuol dire che sono messo proprio male, inizio a pensare che conviene ritirarsi, oltretutto le condizioni fisiche non migliorano, perciò alterno un po’ di camminata e corsa tirando fino al 24° km quando giungiamo al giro di boa dentro al paese di Casola Valsenio, lì avrei chiesto se mi potevano riaccompagnare alla partenza. Sono preso dallo sconforto, mi viene quasi da piangere, mesi passati a preparare questo momento, cercando di incastrare il tempo da dedicare agli allenamenti con tutto il resto, le corse all’alba prima di andare al lavoro, anche se non dipende purtroppo da me sento di aver deluso un po’ le persone che come me credevano che potessi fare una buona gara, e tutto finisce qui. Mi fermo e chiedo agli uomini posti vicino al rilievo cronometrico se c’è possibilità di tornare a Castelbolognese visto che non mi sento bene, mi dicono di sentire dall’ambulanza, cosa che faccio subito, e loro di tutta risposta mi dicono che l’unica cosa che possono fare è portarmi in ospedale, ma solo per un emergenza, cerco di dirgli che non sto bene e vorrei evitare di svenire più avanti durante il percorso, non c’è nessun altro modo? Dopo aver trovato un numero dell’organizzazione mi dicono che l’unica soluzione è aspettare che passi “la scopa” il servizio che carica i corridori che ci impiegano più tempo del previsto, altrimenti, sempre i tipi dell’ambulanza “continui un po’ e provi a fare l’autostop e chiedere se ti riportano indietro”, ma ti pare che uno se si sente male deve ridursi così?

Provo prendere una fetta biscottata, neanche il tempo di mettermela in bocca che inizio a vomitare, non una ma tre volte, a quel punto chiedo che almeno mi misurino la pressione, forse se è bassa magari si convinco a fare qualcosa di più che non praticamente dirmi “arrangiati”, mi siedo sull’ambulanza, e mentre mi misurano la pressione, che poi risulterà normale, una ragazza si avvicina e mi da un zolletta di zucchero dicendo “fidati che aiuta”, in quel momento credo sia scattato qualcosa, non potevamo lasciare che finisse così, e poi avrei dovuto aspettare chissà quanto tempo facendo ancora di più preoccupare la mia ragazza che mi aspettava, dovevo provarci, a livello di pancia stavo meglio ora che avevo buttato fuori tutto, e così invece che aspettare, prendo quattro bicchieri di coca cola e parto. Ora c’è anche la parte più difficile, perché dopo una ripida e corta discesa, parte la salita a Monte Albano, 5 km con un dislivello di 265 m, non posso che affrontarla come sempre, in attacco, le condizioni bene o male me lo permettono, cerco così di recuperare anche un po’ il passo. Nel mentre della salita incontro Michele Roda, con il quale avevo fatto la maratona di Parma, guardandomi mi dice “ma tu dovresti essere già arrivato”, “eh, sono stato male, ho anche vomitato, ora un po’ ho ripreso”, ci incoraggiamo a vicenda, poi ognuno continua la sua corsa, la sua sfida per andare fino in fondo. La salita è abbastanza tostina, considerando che è proprio a metà gara, ma una volta in cima, ci aspetta, oltre al solito ben fornito ristoro, anche una lunga discesa di 4 km fino a Zattaglia.

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Altimetria del percorso

Le salite però anche se brevi non sono finite, e attraversando la valle del torrente Sintria si arriva fino a Villa Vezzano, altro piccolo paesino a 9 km dal traguardo, qui passando tra le varie case si respira l’aria di festa tipica di questa giornata, la gente fuori in giardino, qualcuno che prepara la classica grigliata, e ogni tanto un saluto rivolto a noi, tutte cose che in questa giornata di sole e dopo tutti questi km ti spingono a procedere ancora, quest’ultimo tratto fortunatamente è in leggera discesa e negli ultimi due km si percorre a ritroso il tratto iniziale  di gara.

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All’inizio e durante la corsa
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Finalmente un po’ di riposo

 

Questa 50 km mi lascia a pezzi fisicamente, ancora non mi sono ripreso, faccio fatica a riprendermi, speriamo tornino presto le forze anche perché presto ci saranno altri impegni sportivi e vorrei almeno reggermi nelle gambe. Sono davvero contento per averla portata a termine, grazie ancora una volta a Vito per i mesi di preparazione e incoraggiamento verso il raggiungimento dell’obiettivo, alla mia ragazza che  non ha mai smesso di sostenermi e al collega di lavoro G.C. per tutte le volte che ho avuto bisogno di un massaggio tonificante per continuare nelle corse.

Leonardo Cenci aveva ragione: vivi, ama, corri, avanti tutta!!

 

 

Randonnée Tirreno/Adriatico

Una rando per sentirsi in famiglia. Se non fosse stata per una serie di circostanze, non penso avrei mai partecipato a questa manifestazione, se non altro per le difficoltà logistiche personali. Ma il caso, alle volte, ha l’occhio lungo e questa volta devo dire che ci ha visto davvero bene. L’appuntamento con l’immancabile Pino è fissato alle 18:30 a Narni Scalo, luogo del ritrovo, per il ritiro documenti e i preparativi del caso. La partenza è fissata per la mezzanotte, si avrà il tempo per mangiare e fare anche un riposino. L’incognita meteo ci accompagna da diversi giorni: sembra proprio che questa volta sia impossibile scappare dalla pioggia. In realtà la sezione meteo di RADIOLEONE annuncia un programma che dovrebbe limitare al minimo l’esposizione “umida”, un po’ di ottimismo non fa mai male. Il percorso è semplice, si va prima sul Tirreno, poi sull’Adriatico per tornare infine al punto di partenza: facile no?

 

 

Ore 23:00. Ho provato a dormire un po’, il rumore della pioggia non mi ha aiutato di certo. Sarà partenza bagnata? Esco dall’auto e stranamente non piove più e non fa neanche tanto freddo: meglio di così non si può. Siamo forse una quarantina a disporci sulla pista di atletica per la partenza. Valter con le sue ultime raccomandazioni ci da il via; Moreno guida il gruppo verso la prima salita che ci condurrà fino ad Amelia. Siamo al km 1 e già si sale. Pino è in testa a dettare il ritmo, ogni tanto lo richiamo per non rischiare di affogare. Si procede abbastanza compatti, finché gli imprevisti non iniziano a tormentarci. Dapprima la perdita di una pompa, poi una foratura che fa annoverare tra le nostre fila Fabrizio (meccanico, per l’appunto) e Barbara. Il gruppetto si scompone, rimaniamo in 6/7. Il fondo è bagnato e qualche goccia ogni tanto arriva. I posti attraversati, seppur visti di notte, hanno il fascino comune alle numerose bellezze d’Italia. A Tuscania è foto di gruppo, Tarquinia è ormai ad un tiro di schioppo.

Siamo intorno al km 100. Controllo e ristoro al bar “Why not?”, una volpe passeggia tranquillamente per la strada: la notte è fatta per gli esseri liberi. Dieci minuti ci bastano per recuperare un po’ di energie. E adesso di nuovo verso Narni.  La strada a tratti è veramente dissestata. Altre due forature prontamente riparate da Fabrizio spezzano un po’ il ritmo. Il leggero ritardo sulla tabella di marcia non ci preoccupa, anzi a Viterbo una sosta colazione ci sta tutta. Adesso però a Narni tutto d’un fiato, mi raccomando!! Macché, non si può mica saltare il ristoro abusivo organizzato dalla pro loco ai -15 km.. E qui si va di prosciutto e formaggio, una vera delizia.

Ore 11:00: finalmente a Narni. Il tempo di cambiarsi, di salutare qualche amico pronto per la 400 e siamo di nuovo in sella. Si esce dalla città e, taaaaccc, altra foratura. Questa volta tocca a Moreno. Purtroppo Fabrizio ha anticipato la partenza e non è più dei nostri. Qualche minuto in più di sosta per riparare il danno, ma si va. Si risale per la Valnerina, col suo fiume Nera che ci terrà compagnia per molto tempo. Si passa nei pressi delle cascate delle Marmore, davvero uno spettacolo. Comincia a piovere, anzi no, c’è il sole..Non si capisce bene cosa voglia fare, sta di fatto che un po’ d’acqua la prendiamo, ma non ci scomponiamo più di tanto. A Borgo Cerreto si inizia a salire. Decidiamo di mangiare qualcosa prima di affrontare la scalata. In salita si sa ognuno va del suo passo. Il mio non è certo dei migliori e decido di avviarmi in anticipo rispetto agli altri, sarò ripreso sicuramente. E invece no. La strada non mostra pendenze irresistibili, ma è comunque lunghetta (13 km). Si sale fino a quota 850 metri, ci si ricompatta per la discesa e la successiva salita. Ma ormai siamo a Colfiorito, qui timbro e ristoro. La gentilezza della signora del bar è una carezza calda per noi. Purtroppo non basta, perché fa freddo e il vento non aiuta. Una novantina di chilometri tendenti a discesa ci separano da Civitanova Marche; si azzardano pronostici di orari di arrivo che però non tengono conto delle reali condizioni fisiche di tutti. E’ tutto un “aspetta un attimo, rallenta”, ma non si lascia indietro nessuno.

Ore 22:30: Civitanova Marche. Ci districhiamo nel centro affollato della città, prima di giungere al Randopoint. Una cena ci sta tutta. Con Pino ed Eros, alla sua prima 600, decido di cenare prima della doccia e di qualche ora di sonno. Alla pasta al pomodoro affianchiamo una birra media e una tagliata di pollo con speck e scamorza. O, adesso si può andare a nanna. La sveglia suona sempre troppo presto in certe occasioni, ma 200 km non si pedalano da soli e per di più le previsioni sono quelle che sono. E così poco dopo le 4:00 siamo di nuovo in strada. Il gruppetto ha cambiato alcuni suoi componenti ed è cresciuto di numero. Primi 10 km di pianura lungomare e poi di nuovo verso l’interno.

Risaliamo verso Camerino che è già giorno, è un su e giù fino a Colfiorito. Qui il vento ed il freddo sono di casa, per fortuna c’è la solita signora a ridarci sostegno e sostentamento. Foto di gruppo prima di ripartire verso il tratto che si annuncia tra i più facili. Una discesa lieve e costante ci porta verso il centro di Foligno. Fa caldo adesso ed è meglio spogliarsi un po’. Ho imparato una cosa in questi anni: probabilmente le ciclabili non fanno tanto per me, a livello mentale le soffro enormemente. E così sto nelle retrovie per tutto il tratto Foligno-Spoleto, cercando di superare questo momento oscuro, anche perché c’è ancora un’ultima salita. Roberto probabilmente nota il mio attimo di appannamento, mi affianca e mi chiede come sto.  Ai piedi del valico di Fiorenzuola c’è chi decide di fermarsi, chi di proseguire. Giuseppe, Pino, io e Roberto “attacchiamo” la salita. Inizia a piovere in maniera sempre più insistente. Mi fermo per indossare l’antipioggia e riparto. Pino mi precede, qui è sardelle per tutti!! Io mi difendo bene limitando il distacco a qualche minuto. Supero anche il muro più duro. Ancora un po’ e sarà discesa. In cima Pino mi aspetta per concludere insieme questa avventura. Non manca molto, ma la strada non è poi tutta in discesa come pensavo. C’è sempre il colonnello a dettare il ritmo, a volte fin troppo sostenuto. I saliscendi alla fine possono far male, ma li affronto nella maniera giusta, come dice Pino “di testa”. Ecco di nuovo Narni, al km 594. Siamo arrivati, accolti dal solito calore che l’organizzazione ha saputo trasmetterci. Pian piano arrivano anche gli altri “reduci”: è stata una bella avventura per tutti.

Ringrazio i miei compagni di pedalate Pino, Giuseppe, Moreno, Carlo, Antonio, Fabrizio, Andrea, Barbara, Massimo, Roberto, Eros, Valter e tutta la Bikemotion per l’accoglienza che ha saputo riservarci.

Un 600 non si inventa, dice Pino, e probabilmente non tutti ad aprile hanno una condizione ottimale per farlo. Questa volta sono partito con una intenzione semplice: godermi il viaggio, i posti e le sensazioni. L’obbiettivo direi che è stato centrato in pieno, ora testa al 400 e poi sarà tempo di dedicarsi alla nuova vita in terra marchigiana.

 

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Randonnée della Fortuna

Seconda edizione di questa temibile quanto affascinante randonnée organizzata dall’amico Pino, seconda mia partecipazione. Smaltite le scorie del 300 di Montorio, ancora per qualche giorno rimane il dubbio sulla mia partecipazione a causa di una condizione che stenta a trovare un minimo per essere definita accettabile, ma al buon Leone non si può dire di no, il richiamo è troppo forte. Penso al 200, il minimo sindacale, giusto per fare la presenza, ma il 300 sono appena 85 km in più… Si ma c’è il Carpegna!! Lo ricordo ancora bene per fascino, ma soprattutto per durezza. Non lo so, sono confuso. Mi decido giusto al venerdì pomeriggio, devo dare una scossa a questo periodo di affanno: vada per il 300. Quest’anno Pino pedalerà con noi, sono sicuro di un suo supporto fino all’arrivo.

Arrivo a Fano per le 18:30. In Piazza ritiro i documenti, un signor pacco gara e incontro Pino, pronto ad accogliere gli irriducibili randonneurs che arrivano da tutte le parti. Si cena tutti assieme, saremo una trentina e poi via alla vestizione pre-partenza. Sono nel parcheggio che mi preparo: “Ma chi avrà parcheggiato così male di fianco a me?”. Non riesco nemmeno ad entrare dal lato guida e mentre tiro giù Balto insieme a qualche santo, sento una bici che si avvicina: è il Colucci, sorpreso ma contento della mia presenza. Mi confessa candidamente che la macchina di fianco alla mia è sua: COMPLIMENTI!! Ci dirigiamo insieme in Piazza XX Settembre per la partenza. Gli amici presenti sono tanti. C’è la TV locale che ci intervista, un sacco di gente curiosa che ci osserva con ammirazione: per un attimo ci sentiamo partecipi di un evento di una certa importanza.

 

 

Ore 22:00: finalmente si parte. Passaggio nelle stradine del centro e foto di gruppo sotto l’Arco di Augusto. Pino riesce a tenere compatto il gruppetto, rendendo questa operazione di facile fattura. Una moto ci scorta fino all’uscita della città, poi via libera per tutti. In realtà il gruppo rimane compatto, fino a quando una caduta non lo scompone. Pino, da buon organizzatore responsabile, si ferma per accertarsi delle condizioni dei malcapitati, io proseguo perché tanto so che verrò facilmente ripreso. C’è Giuseppe con me, ma ha decisamente un altro passo. Un po’ sto con il mister mutanda 2018 Marco di Livorno e col suo amico Luca, alla sua prima esperienza. Si va verso Urbino, i saliscendi sono molteplici. Non voglio strafare e rallento un attimo. 50 km e siamo ad Urbino, già più di mille metri di dislivello nelle gambe. Il controllo nel bar del centro favorisce un giusto ristoro prima di ripartire. Sono in un gruppetto di 6/7 unità. La strada per il Carpegna è sempre così, tutta un su e giù ed anche questa volta preferisco non esagerare e rimanere da solo. A Carpegna ci arrivo che sono le 03:00. Il ristoro gestito dai ragazzi della Fanese è molto apprezzato. Mi prendo 10 minuti prima di attaccare il cippo. Ecco l’ostacolo più duro. Proseguo lentamente sulle rampe a doppia cifra di questa salita che sa di leggenda, la salita di Marco. Mi fermo al suo monumento, un momento per riprendere fiato e soprattutto far riposare la mia schiena. Vengo raggiunto da altri randagi. Si va, oltre la sbarra. Forse il pezzo più duro. Mi tolgo i guanti, cerco di non pensare alla strada che sale, ma il countdown dei tornanti mi riporta alla realtà. Altro attacco alla schiena, piede a terra. Passa Barbara:”Ci sto lasciando un rene!!”, ma non molla e va. Riprendo, ormai ci sono. Ultimo chilometro, infinito, e poi lui nella sua gigantografia. Senza parole. Sono da solo. Un saluto al grande Marco e giù in discesa direzione Carpegna. E’ freddo ed il venticello non aiuta. Arrivo al controllo alle 05:00. Pino mi informano sia passato per il primo giro da un quarto d’ora. Dovrei aspettare un’oretta, ma in queste condizioni gelo. Panino, tè e copertina per riprendere colore e calore e si riparte. Da qui in poi sarò praticamente da solo, a parte qualche incrocio sporadico con Marco e Luca e con un signore di Parma che per un po’ rimane con me.

Timidamente si fa giorno. Qualche gocciolina arriva come a volermi lavare la faccia. Pedalo direzione Urbania e stranamente sono stanco, ma felice. Sono da solo, una condizione abbastanza nuova per me in una rando, ma che mi da serenità e consapevolezza e questo non può che farmi bene. Urbania scorre via, adesso Apecchio e poi sarà salita verso Acquapartita. L’anno scorso qui si moriva dal caldo, quest’anno il cielo è coperto e mi aiuta nella scalata. La strada la ricordo bene, non è asprissima, ma lunghetta. Sono in cima alle 11:00. Altro timbro e altro ristoro. Ancora 100 km circa. So che non è finita, che la salita non è finita, ma il saperlo mi aiuta ad affrontare meglio tutto. Si scende verso Pianello, Cagli, per poi risalire ad Orciano verso l’ultimo controllo: 256 km percorsi. Ultimi 30, i più bastardi, quelli che ti fanno dire sono arrivato, ma non arrivi mai, che ti fanno pensare che il mare forse a Fano l’hanno tolto nella notte. Ma alla fine lo vedi, laggiù all’orizzonte e allora capisci davvero di essere arrivato. Il lungomare mi appare come una passerella verso l’arrivo.

Questa volta sono davvero soddisfatto. Per me è stato un azzardo consapevole che mi ha ripagato sotto tutti i punti di vista. So che, se voglio provare ad arrivare a Parigi, Aprile sarà il mio mese decisivo. Affrontarlo dopo questa rando sicuramente sarà un tantino più facile, anche se ogni prova va pedalata e portata a termine e gli imprevisti possono essere sempre lì, dietro l’angolo.

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SportVerona 300: i Fiumi e i Laghi

#roadtoparis atto II?

La domanda questa volta è più che lecita. Si perché dal 200, causa piccolo intervento chirurgico, ho pedalato a malapena 75 km di pianura, ma il tempo scorre e, visto il possibile cambio di sede lavorativa, non posso permettermi di saltare questa prova. Non so come risponderà il mio fisico a questa distanza tutta di un botto, ma soprattutto se gli esiti dell’operazione mi permetteranno di arrivare integro alla fine. C’è l’ipotesi non tanto remota di farla da solo, per non gravare molto sugli altri e addirittura di un ritiro se le condizioni non dovessero essere delle migliori.

E così mai come questa volta, forse, l’approccio ad una rando non è dei più semplici. Il percorso non sembra essere difficile, altimetricamente parlando, ma 300 km sono comunque 300 km. La pizzata pre-partenza organizzata da Maria ha il merito di darmi morale: quattro chiacchiere con gli amici sono la giusta medicina in certi casi. Si parla dei prossimi impegni in calendario e di Parigi-Brest, con Pino che dispensa consigli a soli 5 euro l’uno. Ci attardiamo un po’, bisogna affrettarsi, la partenza incombe. Incontro ai nastri Cinzia, Sonia, Laura, Fausto, capitan Leo, Paolo, Gianni e Tiziano. Proverò a stare con loro finché ne avrò.

La partenza da Montorio avviene per le 23:00. Il nobile intento di Giorgio di fare una foto collettiva con l’Arena di Verona che ci fa da sfondo probabilmente non viene recepito da tutti. Mettici la solita partenza fin troppo lanciata, i semafori che spezzettano il gruppo e l’ansia di chi va sempre di fretta, sta di fatto che noi, tra gli ultimi, arrivati nei pressi dell’Arena non troviamo quasi nessuno e non riusciamo nemmeno a staccarci dal gruppetto, come se fossimo inglobati in quei trenini di capodanno che ci sei dentro e non sai il perché. 

Usciamo da Verona, iniziano le ciclabili che ci condurranno a Mantova, al primo controllo. La temperatura si abbassa, il traffico è quasi assente, ma viaggiare su ciclabile di notte, soprattutto se si è numerosi, può diventare più ostico di quel che appare: le strade strette, lo sterrato, i pali, i cambi di direzione e i continui rilanci ci tengono svegli e ci obbligano ad una giusta attenzione.

A Mantova sono circa le 2:00 quando arriviamo. Le operazioni di controllo e timbro diradano ancor di più il gruppo. Noi ce la prendiamo con calma: un rifornimento idoneo ci sta tutto. Compattatici di nuovo, via verso la ciclabile del Mincio che ci porterà fino a Peschiera. Le temperature scendono a ridosso dello 0, Gianni non sente più i piedi. In cielo una luna limpida a farci compagnia, il rumore del fiume come dolce sottofondo ci accompagna quasi fino al secondo punto di controllo a Bardolino. Inizia ad albeggiare, un tè caldo è quello che ci vuole per cercare di evitare l’assideramento e qualcosa effettivamente migliora. L’alba sul lago di Garda è semplicemente straordinaria. Il vento, però, viene a farci compagnia e, nonostante il lavoro immenso di capitan Leo, la fatica profusa è più di quella necessaria.

Arriviamo a Torbole alquanto affamati, il primo bar è preso d’assalto. Paolo azzarda un triplo caffè, Leo una doppia brioche. Si riparte in direzione Lago di Cavedine. Il percorso, interamente su ciclabile, lo ricordo bene dall’Alpi 4000: panorami meravigliosi, ma tratti maledettamente impervi, con quel cartello che recita 20% come a voler mettere il dito nella piaga. Fa caldo e ci si può finalmente alleggerire. Il lago di Cavedine con le sue acque scure ci appare come un miraggio. Siamo al km 200 circa. Una breve discesa sulla statale e poi si risale verso Nago, da qui la vista panoramica sul lago di Garda ci ripaga quasi totalmente della fatica. E si perché l’ultimo tratto di ciclabile che ci separa dal controllo lo subisco particolarmente. Nonostante un’alimentazione impeccabile coi miei mille panini, lo scarso allenamento per un attimo presenta il conto. Fortuna che il controllo è posto al Bicigrill Duchi’s da Silvio . Una bella birretta e sembra che sia di nuovo pronto per partire.

Il vento è sempre contro, i tratti in contropendenza troppi. La testa pian piano si svuota e inizio a chiedermi se ne valga la pena o no; se si arriva a guardare costantemente il contachilometri vuol dire che la fatica supera il piacere e forse questo è quello che non deve mai accadere. Provo a scherzarci su, con Sonia cerchiamo di organizzare il nostro addio al ciclismo pedalato, ipotizzando un percorso bar-bar di al massimo 10 km, così giusto per… Incontriamo Fausto di Verona che ormai siamo quasi all’ingresso della città. Bypassiamo il tratto di ciclabile disseminato di puntine da disegno per mano di qualche giocherellone con poco senso civico e raggiungiamo l’ultima asperità di giornata: le Torricelle. Percorsa interamente alla 200, questa volta se ne farà la prima parte. Per me è la mazzata decisiva: vedo gli altri sfrecciare su quelle rampe dalla pur lieve e dolce pendenza, ma ormai sono cotto. Mi attardo con Cinzia, ricompattandomi in cima con gli altri. Finalmente discesa, finalmente -5 km. Una interruzione sul percorso ci costringe ad una deviazione. Siamo in piano, manca poco, ma proprio non vado più. Tiziano se ne accorge e si stacca dal gruppetto, cercando di darmi sostegno e una ruota buona che mi porti all’arrivo. Ultima rotonda, svolta a destra ed ecco Villa Guerrina. Siamo arrivati. Visibilmente stanco, faccio fatica anche a parlare, sono senza parole. L’essere arrivati è l’unica consolazione di giornata. Il senso di malessere e di inappropriatezza per un po’ rimane, la domanda per adesso è sempre la stessa:”qual è il senso di tutto questo?perché lo faccio?”. Certo che Parigi impone delle scadenze e forse è questo che toglie un po’ di magia, di gusto del pedalare. Il sentirsi in un certo modo obbligati toglie un po’ di poesia a tutto. Sarà forse la stanchezza a parlare in questo momento? Non lo so, intanto una birra e uno, due, anzi tre panini al salame. Ecco adesso si inizia a ragionare, forse.

 

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Ancora in gruppo per la mezza di Imola

Anche quest’anno un appuntamento fisso del nostro calendario di gare è la mezza maratona che si disputa nel territorio di confine di Imola, già perché da queste parti gli imolesi non si sentono né emiliani, nè romagnoli, ma quasi una piccola realtà a se. Eccoci dunque tornare qui come quasi da tradizione, per un altro appuntamento sportivo.

Rispetto agli altri due anni devo dire che la partecipazione, per ciò che riguarda l’atletica Melito, mi sembra un po’ diminuita, chissà se è un problema di motivazione generale per cui ancora non c’è stata una gara in cui eravamo un bel gruppo numeroso, oppure il fatto di pagarsi la quota d’iscrizione alla gara, seppure non eccessiva, sia un fattore che fa desistere molto dal venire …chissà!! Personalmente gareggiare la domenica sta diventando un’occasione piacevole sia per correre in un posto diverso dal solito, comunque in compagnia, e mettersi in gioco lo stesso, anche se il percorso è lo stesso e lo si conosce abbastanza bene, se la mente non fa brutti scherzi con la memoria. A differenza delle scorse edizioni il meteo ci regala una splendida giornata di sole, le temperature nettamente aumentate, e dopo Fucecchio possiamo di nuovo rimetterci la maglia a maniche corte, con manicotti per le braccia, così fungono anche da anti vento. Ritrovo che quest’anno passa in piazza Matteotti, a detta di uno dei nostri la sera prima nella piazza dove solitamente c’era l’arrivo gli altri anni la sera prima si era svolta una festa della birra, perciò stavano ancora sistemando, Beh anche questa non è male, carina come piazzetta, buona per un arrivo di una mezza.

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la nuova location per la partenza e stand del capo Vito

Essendo arrivato presto per trovare parcheggio, posso fare due chiacchere con Giuseppe, uno dei ragazzi del gruppo, salutare il capo iniziare a fare un po’ di riscaldamento al sole, perché nei tratti d’ombra fa ancora freschino, a seguire piano piano arrivano gli altri dei Melito’s e prima di continuare la corsetta pre gara possiamo fare la foto di gruppo. Anche in questa occasione dispiace notare la mancanza di qualche compagno di corse che per vari motivi oggi non c’è: Maria, Enrico, Antonello e il caro K che in questa domenica ha preferito dedicarsi al suo primo cross, e come nelle altre corse spero proprio di rivederli nella prossima, contenti anche loro di correre, e confrontarci come spesso facciamo a fine gara. Lo start invece rimane sempre nel solito punto, una piccola stradina che poi al ritorno ci condurrà verso il traguardo, l’arco gonfiabile viene issato 5 minuti prima della partenza, a scandire il conto alla rovescia una ragazza con il cartello dei minuti proprio come negli incontri di box, stavolta non parto in mezzo al gruppo o un po’ più in fondo, ma davanti, sulla parte esterna, e questo al via mi lascia libero di correre come voglio senza preoccuparmi di non tamponare nessuno 🙂 Primo attraversamento di rotonda poi ancora un “dritto” prima di affrontare una curva che ci proietta nelle vicinanze dell’autodromo, oggi niente corse di automobili, solo un migliaio di persone che ancora una volta hanno deciso di farsi una bella corsa di una ventina di km. Il primo tratto mi piace abbastanza, perché oltre a correre in prossimità dell’autodromo si attraversa un piccolo parco, si incrocia gente che si gode una bella passeggiata domenicale e dopo poco più di 3 km si esce dalla cittadina per imboccare un tratto che è quasi di campagna, inizialmente va anche bene, poi  l’odore non proprio al massimo che ci arriva mi crea un po’ di nausea improvvisa, fortuna che la sensazione dura qualche minuto, tempo di allontanarsi dalla zona interessata e proseguire la nostra corsa.

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Nella prima metà di gara mi ritrovo a correre con due persone che tengono un passo davvero sostenuto, gli sto incollato e non li mollo, solo che quando inizia il tratto in salita, con il successivo pianeggiante e discesa perdo poi il contatto. Inizio a sentirmi un po’ stanco, e siamo solo a metà, dopo il ristoro del decimo km sto anche per andare dritto quando invece dovrei curvare a destra, fortuna un ciclista posizionato proprio in curva mi grida “di qua di qua!!!”, lo ringrazio e proseguo.

Non so se è la temperatura che è più alta in questa bella mattinata di sole, o il thè che ho bevuto, ma mi sento andare a fuoco. Uhm, non il massimo visto che ancora 8 km me li devo fare, in più ci si mette anche il percorso, che dopo essere passati attraverso piccoli paesini costituiti da gruppi di case, prevede un lungo tratto di strada attraversato da macchine, è sicuramente il tratto meno bello di questa mezza maratona, ma cerco di non farci caso più di tanto, inizio a guardare ai cartelloni dei km come se fossero un conto alla rovescia, dire proprio che non è molto positivo. Solo proprio negli ultimi km pregusto l’arrivo in piazza Matteotti, del volto fresco e sereno che salutava la telecamera che passava in scooter è rimasto ben poco, sentendo altri passi alle mie spalle cerco fare qualche piccolo scatto in modo da non essere superato nel finale. Il rettilineo finale dove eravamo passati all’inizio è proprio sinonimo di gioia, anche perché è il tratto dove c’è più gente che assiste.  Poi eccoci lì, nel mini arco del traguardo, finalmente.

Prima di andare nel furgone continuo a camminare, poi dopo qualche minuto arriva Giuseppe, visibilmente stanco pure lui, parliamo un pochino delle sensazioni avute e con tutta la calma del mondo ci cambiamo, solo dopo decido di andare da Vito che ovviamente chiede subito il tempo, ed è proprio soddisfatto, dice che su questo percorso è un buon tempo, anche se non ho brillato come due settimane fa in terra toscana. Imola, benché mi decida sempre a farla, mi stanca sempre, soprattutto la seconda parte di gara, questa occasione non è da meno, mi sono sentito ancora una volta le scarpe incollate a terra, forse è proprio giunto il momento di cambiarle, visto che è la stessa sensazione che avevo a Pescara. Speravo di arrivarci fino al 25 Aprile ma non credo sarà possibile.

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Dopo essermi anche un po’ rifocillato ritiro il mini pacco gara, il 9° premio di categoria e mi dirigo alla macchina visto che una mezz’ora ci metterò per rientrare alla base; altri 21 km messi nel serbatoio, arrivare in fondo ad una gara dà sempre una certa soddisfazione, che sia una 10 o una mezza, anche se qualche rammarico in questa occasione c’è, perché vorrei gestire meglio la seconda parte di gara, essere in grado di poter dare ancora qualcosa nel finale, stavolta è andata così, pazienza, sono lo stesso contento, correre e partecipare alle gare del gruppo ha iniziato a piacermi e comunque vada ne vale sempre la pena, anche solo per correre insieme.