5 Maratone in 5 giorni

Dopo sette giorni di stop domenica mattina sono tornato a fare una corsetta, ed è stato davvero rilassante poter riassaporare, per un’oretta circa, quel senso di pace, di tranquillità, di benessere che solo una corsa della domenica può darti. Le scarpe nuove ai piedi, il cielo diviso a metà: sole da una parte e nuvole scure all’orizzonte dall’altra, che magari porteranno pioggia nell’arco della giornata, ma che al momento se ne stanno lì belle tranquille. È volata davvero via quest’ora, e avrei tanto voluto continuare, fare altri km, magari 4-5 giusto per portarsi vicino a 20, ma so che per oggi va bene così, pronti a ripartire in vista della prossima gara.

Questa volta però non sono stato fermo per un infortunio grazie al cielo, ma perché ho ritenuto di dover staccare completamente e prendermi una settimana di recupero assoluto dopo aver raggiunto l’obiettivo sfidante che mi ero prefissato e aver speso tanto in termini di energie negli ultimi 3 mesi; ma partiamo dal principio. Verso fine febbraio, quando la situazione legata al covid lasciava presagire che anche quest’anno il Passatore difficilmente si sarebbe fatto (a dispetto dei più ottimisti che continuavano a postare nei vari gruppi di corsa il countdown che portava al 22 maggio), ho scritto al mio allenatore, il mitico Roberto Martini, dicendo che come obiettivo avrei voluto correre 200 km in una settimana, chiudendo con un bel lungo, magari 50 km, da fare il giorno del mio compleanno, il 15 maggio. E così lui di risposta mi scrisse: “ma perché non correre una maratona al giorno per 5 giorni? Tanto più o meno sono quelli i km”, già, peccato che il carico è concentrato in maniera diversa, comunque accettai la proposta e iniziai la tabella di allenamenti che mi diede. Il tempo non era tantissimo. Il mese di gennaio ero rimasto fermo per un problema alla caviglia destra, febbraio avevo fatto solo corse lente, anche se avevo mantenuto un buon kilometraggio, e alla fine dei conti avrei avuto due mesi e mezzo per lavorare su questo obiettivo.  Però era ciò che volevo, visto che come detto ancora una volta non avrei potuto correre il Passatore e che dal 2021 di corse chiedevo solo di correre tanto.

Sono stati mesi impegnativi, dove ho cercato sempre di bilanciare allenamenti, alimentazione e riposo, magari qualcosina in più avrei potuto farlo, di potenziamento forse, ma anche nei giorni prima della sfida ero contento di ciò che avevo fatto e del percorso che mi aveva portato alla settimana decisiva.

Dopo poco che avevo iniziato il programma ecco la notizia che la Chianti ultratrail alla quale mi ero iscritto (versione da 42 km con 1400m di dislivello) era stata spostata al 15 maggio. “Vabbè”, mi dicevo “non credo proprio che la facciano, anche se la situazione dovesse migliorare chissà se consentiranno gli spostamenti”, e invece non appena il colore delle regioni ha iniziato a cambiare c’era sempre più possibilità che venisse svolta. Intanto io continuavo con gli allenamenti, poi verso fine aprile la decisione: avrei fatto la Chianti come ultima maratona, sarebbe stato un bel modo per festeggiare il compleanno e chiudere il cerchio, certo non era il massimo arrivare alla fine con una gara che ovviamente presenta un certo dislivello, però l’ho presa come un’altra piccola sfida. Così appena il gruppo trail di Bologna ha ripreso con le uscite ho cercato di allenare anche quella componente, e godermi delle corse diverse; da quando ho iniziato a settembre dello scorso anno devo dire che mi piace ogni tanto variare con l’asfalto, però da fare in compagnia, che già in settimana per l’orario a cui vado corro sempre da solo.

Esclusa quindi la Chianti, quale percorso scegliere per le altre 4 maratone? Sicuramente uno sarebbe stato il tracciato della maratona di Bologna, cambiando la partenza da casa mia visto che ci passa a 300 m, ma gli altri? Un altro poteva essere i giardini Margherita dove solitamente vado a fare i lavori di velocità e dove passo spesso, certo correre in una serie di giri della lunghezza massima di 1,8 km non è il top, però mi sono detto “se non lo faccio in questa occasione quando mi ricapita di correre una maratona proprio lì?”, e così ho optato quella location come primo round: sarebbero stati una trentina di giri, di cui 15 sull’anello esterno, 5 su quello più interno di 1,5 km, e il resto dei km che mi sarebbero rimasti li avrei fatti intorno ad un laghetto, il cui giro è 1km, il tutto poi non è in piano ma ci sono continui sali e scendi, quindi avrei messo anche un po’ di dislivello nel complesso.  “Però”, mi dicevo “se non la faccio come prima poi potrei pagarla se la metto in mezzo”, e alla fine ho scelto bene perché nei giorni successivi non ho risentito troppo.

Ho pensato solo a correre, un giro dopo l’altro, rivolgendo lo sguardo verso le persone che di volta in volta incontravo lungo il percorso, almeno sulla parte di asfalto, come i bambini che entravano a scuola, le persone che passeggiavano, quelle accompagnate dal loro cane, quelli che come me correvano, tutto pur di non pensare che stavo correndo in tondo. Data la disponibilità delle fontane mi ero portato solo i gel e una giacchettina nel caso piovesse, che inizialmente ho tenuto nella bici, poi ho messo, e ritolto all’occorrenza. A livello strategico è stata fantastica, credo che insieme alla quarta sia stata la più bella, perché ero al riparo dal traffico , mi sono fermato solo per bere senza avere lo zaino con me e il tempo era grigio e neanche troppo caldo. Alla fine il tempo è quasi volato, credevo di accusare di più visto che il massimo che avevo corso lì dentro era stata una mezza maratona, invece è andata bene, penso che sia merito del fatto che con il tempo un po’ incerto non c’erano tante persone come magari in una bella giornata di sole. Una volta a casa doccia, un po’ di stretching e tempo di condividere la corsa che era già l’ora di preparare il pranzo e dopo andare al lavoro.

1° round

Secondo giorno, sveglia come sempre verso le 5.15, poi colazione e ritorno a letto un’altra oretta prima di alzarmi e prepararmi per l’uscita, ho deciso di adottare questo metodo del caro amico Marco Bordo, che nei lunghi si alza presto, fa colazione e torna a letto, per poi rialzarsi nuovamente quando deve uscire. L’unico neo, per me, è che non potevo aspettare più di tanto dopo la colazione, altrimenti avrei fatto poi tardi per il lavoro, e così la colazione era sotto le due ore dalla partenza. L’unica cosa che potevo fare era farla leggera: due fette biscottate con burro d’arachidi o cioccolata e poi un bicchiere dei latte di riso con zenzero, cannella e curcuma.Come percorso stavolta ho fatto per metà una parte tutto sommato al riparo dalle macchine, lungo una pista ciclabile e una strada secondaria tranquilla, poi l’altra metà mi è toccato farla attraversando le strade cittadine e quindi con le macchine. Stavolta c’era un pochino di sole oltre al vento e questo mi ha permesso di non utilizzare giacchette o simili. Tutto sommato è andata bene, sia per questa che per le successive ho portato lo zaino con me, visto che di fontanelle non ce ne stanno tante e comunque anche quelle poche che ho incrociato le ho sfruttate nonostante lo zaino. Come il giorno precedente mi sentivo un po’ frastornato dopo aver corso 42 km, una bella doccia, stretching, pranzo e sono andato al lavoro. E anche la seconda era andata, quelle che mi preoccupavano di più erano le successive, dato che nella preparazione il massimo che avevo fatto era un’accoppiata di lunghi nel weekend.

2° Round

Giovedì, come terza tappa ho optato per il percorso della maratona di Bologna che se tutto va bene si correrà a fine ottobre. È un tracciato secondo me abbastanza impegnativo che tocca tutti i quartieri cittadini, e il fatto che dovessi attraversare la città con la gente che va al lavoro non mi entusiasmava, però era un percorso che a farlo sono 42 km quindi senza stare troppo a ragionare per crearlo ho scelto quello. Delle cinque maratone è stata la più difficile, perché ad ogni attraversamento dovevo fermarmi e aspettare il semaforo verde per i pedoni e mi ha spezzato!!un pochino va bene, perché ti aiuta a riprenderti quando sei stanco, ma quando iniziano ad essere tanti poi è un vero disastro. Per una frazione di secondo ho pensato di fermarmi del tutto, poi però mi sono detto “guarda che fai prima a tornare a casa anche correndo piano piano piuttosto che aspettare magari un autobus e impazzire per tornare”. Così gli ultimi dieci km ho pensato solo che mi stavo avvicinando a casa, alla fine, e che un passo per volta l’avrei finita.  Poi il fatto che corressi sul tracciato maratona un pochettino di motivazione in più me l’ha data, mi chiedevo continuamente “ma ad ottobre come farò a tirare in questo percorso? Impossibile!!!!” Fortunatamente sia giovedì che venerdì avevo preso due giorni di ferie, in modo da riposarmi mentalmente e passare al decathlon per prendere due cose per la gara di sabato. Una volta conclusa la terza maratona anche mentalmente ero più sereno visto che non dovevo andare al lavoro.

3° tappa

Per l’ultima tappa cittadina bolognese ho arruolato tre compagni con cui ogni tanto corro: Duccio, Maria e Gianfranco, con i quali ho condiviso quasi 20 km, e che sono stati preziosissimi per non cadere nella monotonia cittadina del giorno prima, a loro va il ringraziamento più caloroso per avermi accompagnato e condiviso una parte di questo quarto round. Sono stato davvero felice di poter correre insieme nuovamente, in questi casi fa davvero tanta differenza. La seconda metà ho ripercorso a ritroso un tratto che faccio in una delle mie uscite infrasettimanali e ovviamente mi sono beccato le macchine, però anche oggi testa bassa e dritti verso il ritorno a casa dove mi aspettava la routine dei primi giorni, perché è vero che avevo le ferie, in compenso dovevo partire per andare in Chianti, quindi ho fatto lo stesso le cose con calma, ho pranzato e poi sono partito in modo da arrivare ad un’ora decente del pomeriggio. Il fisico ha risposto bene anche per questa uscita e non ho avvertito particolari dolori, a parte il fastidio che mi trascino da qualche settimana a livello della coscia sinistra e che compare quando cammino, quindi la corsa ho sempre continuato a farla, poi visto l’obiettivo nel caso mi sarei fermato dopo per recuperare, non prima.

4° verso la fine…

Nel pomeriggio pre gara, una volta giunto a Radda in Chianti, ho avuto il grande piacere di conoscere il gruppetto di Roma allenato da Roberto, loro avrebbero fatto la versione da 72 della Chianti e questo ci ha permesso di passare un pochino di tempo insieme, visto che il giorno dopo loro sarebbero partiti prima e avrebbero finito più tardi di me. Avrei voluto continuare a scherzare e chiacchierare ancora un po’, ma visto il tempo grigio e ventoso e la cena prima del solito, loro si sono ritirati di nuovo in camera e io sono andato a salutare Roberto che era venuto con il camper insieme alla compagnia Tania e alla piccola arrivata Violante. Era da dicembre 2019 che non lo rivedevo, cavolo davvero tanto!!! Però purtroppo poi non c’è stata più occasione di muoversi e questa gara ci ha permesso di incontrarci ancora.  Ho aspettato così l’orario a cui avevo prenotato il ritiro pettorale e poi sono tornato anche io in camera, così da rilassarmi del tutto fino al momento di andare a letto.

Ci siamo, ultima sveglia presto, ultimi riti prima di correre nuovamente 42 km, sono teso, come sempre prima di una gara, anche se l’obiettivo oggi più che in altre occasioni è divertirsi e arrivare in fondo. Mi sento bene e anche abbastanza riposato, non penso a niente, guardo solo l’orologio con il tempo che sembra accelerare. L’orario di partenza in base al mio pettorale è fissato alle 7.20, e quando siamo a tiro mi stupisco un po’ della partenza. Credevo che saremmo comunque partiti a gruppi, invece no, tu ti presenti sullo start e puoi già cominciare. Rimango un attimo fermo perché aspetto che si unisca qualcuno, invece una ragazza dell’organizzazione mi fa “puoi partire!”, dentro di me penso solo “ah”, e via, ha inizio anche per me la Chianti in una bella mattinata di sole, il tempo del giorno prima sembra essere solo un ricordo. Il lato positivo di questa partenza è che comunque hai sempre qualcuno davanti, e questo aiuta tantissimo, sia per non sentirti completamente spaesato e solo, sia perché hai un riferimento.  Come percorso sinceramente non so che tipo di terreno mi aspetta, ho visto l’altimetria e dal parere chiesto al mio amico Max è una gara corribile, a detta sua, quindi mi fido e in effetti è così, si corre abbastanza bene, anzi per il mio modesto paio di scarpe preso da decathlon in molti tratti non riesco ad andare come vorrei, però per evitare sorprese ho scelto le scarpe da trail piuttosto che quelle da strada classiche. Anche perché sinceramente con i km fatti nei giorni precedenti avrei fatto un po’ fatica a sceglierne un paio. Al primo ristoro del 10 km decido di non prendere niente, solo uno dei gel che avevo con me, e proseguo. Dopo qualche km inizio a correre insieme ad un ragazzo con cui ogni tanto ci tiriamo a vicenda, in discesa ovviamente va molto meglio di me, poi però nei tratti in salita rivado davanti, così facciamo conoscenza e al ristoro del ventesimo, dove entrambi ci fermiamo a fare un rifornimento come si deve (io prendo una coca cola e un tocchetto di parmigiano, più la barretta della Klif che avevo)e poi mi fa “proviamo a farla insieme?”, e prima che possa rispondergli continua “almeno ci proviamo”. Il passo è simile, quindi dal 20 fino al 36 esimo bene o male siamo sempre vicini, magari un poco più avanti lui oppure io, a volte corriamo proprio insieme e così mi racconta che ha praticamente girato un po’ tra Stati Uniti e Italia, è cresciuto a Seattle, ha abitato in quelle zone del Chianti per 8 anni e ora si è stabilito vicino Padova, “chissà per quanto tempo ancora”, mi è venuto da dire dentro di me.

Nel percorso mi capita anche di incrociare Max, che fa la 72, il loro percorso bene o male si intreccia con il nostro, inoltre sembra molto rilassato 😊, sarà che ancora ha tanta strada da fare e purtroppo incrocio anche Guido, uno dei ragazzi di Roma, lui è fermo a bordo strada, in un tratto che c’è da attraversare, e lì per lì no ci do peso ovviamente, vai a pensare che si sta proprio fermando, faccio in tempo solo a rivolgergli un grande saluto e proseguire, quando l’ho rivisto poi alla fine ci darà che ha preso una storta alla caviglia e non riusciva più a correre.  Al trentaduesimo km ci doveva essere un punto acqua, ma sinceramente l’unica cosa che vedo attraversando un piccolo borgo, è una fontanella, quindi presumendo che non ci si un ristoro in cui danno solo acqua, ne approfitto e proseguo verso il km 36 dove ci aspetta un ristoro come al 20, e lì altra coca cola e una bottiglietta d’acqua. Stavolta non mangio niente, se tutto va bene dovrei arrivare tra non troppo quindi mangio alla fine, prendo solo 1 gel e riparto, sono decisamente carico, così carico che dopo 2 km non mi accorgo della strada che dovrei prendere e tiro dritto arrivando ad un bivio che avevo già percorso molto tempo prima, lì fortunatamente incontro altre persone che mi spiegano che quello è il km 27, e che quindi mancano 15 km. Torno così indietro e dopo circa un km e mezzo vedo la strada che dovevo prendere. Non mi sono buttato troppo giù, non ho allungato molto in fondo, così proseguo spedito ma un po’ timoroso, non vorrei sbagliare strada di nuovo quando manca poco, sento infatti la voce all’altoparlante, quindi dovremmo esserci. C’è ancora qualche pezzetto in salita ma sono così contento che vado spedito a caccia del traguardo, in quest’ultimo tratto mi capita di incontrare Agnese, allieva anche lei di Roberto che partecipava al suo primo trail, la versione più corta, aveva già concluso e dopo qualche scambio di battute mi confermava che mancava davvero poco.  E poi eccolo, il tanto desiderato traguardo, della Chianti e delle 5 maratone svolte in 5 giorni, semplice ma bello con gli stendardi e l’arco della NB, e così chiudo con 45 km e 4.30 di corsa, non male! pensavo di metterci di più invece sono proprio contento di averci messo meno del previsto e aver fatto dei km extra. Mi sento libero, rilassato e desideroso di festeggiare il compleanno.

Arrivo della Chianti 😊😊😊😊

Chiudo quindi la settimana con 213.9 km!! Roberto dovrebbe arrivare verso le due, secondo i suoi calcoli, ma secondo me ci metterà meno, però ho tempo di pranzare con calma e tornare poi al traguardo per attenderlo e fare gli ultimi saluti prima di ripartire.

Con Roberto e Agnese alla fine

A ripensarci ora mi viene ancora un sorriso, ho lavorato tanto per raggiungere l’obiettivo, arrivando a correre 92 km in due giorni consecutivi che prima non avevo mai fatto, sono stato sempre attento all’alimentazione e a fare stretching, e ora il lavoro ha dato i suoi frutti, non posso che essere soddisfatto del percorso fatto, l’unica domanda che mi faccio alla fine, della quale comunque non avrò mai risposta è: “e se ci fosse stato il Passatore?”, però niente da fare anche per quest’anno, rimandato al 2022 per il covid. Comunque ho messo un tassello in più per raggiungere il sogno, ho aumentato la resistenza e allenato ancora una volta la mente, che alla fine conterà molto nella 100km. Sono sicuro che qualcuno, lassù, sarebbe contento anche lui…  

La mia Goggins Challenge: correre 4 miglia ogni 4 ore per 48 ore

E’ il 26 febbraio quando Simone Luciani di “Esco a correre”, un canale youtube di corsa che seguo da circa un anno, in un suo video racconta che nel fine settimana del 6 e 7 marzo correrà una challenge promossa da un tipo americano un po’ particolare, di nome appunto David Goggins. Entrambi lo faranno a scopo benefico e l’intento di Simone era quello di raccogliere fondi a sufficienza a favore della onlus “emergenza sorrisi” in modo da poter consentire 10 operazioni per i bambini affetti da labiopalatoschisi, una malformazione che si presenta con un’interruzione del labbro superiore, della gengiva e del palato. La challenege consisteva nel correre 4 miglia (circa 6,5 km, 6,43 per l’esattezza) ogni 4 ore per 48 ore, questo vuol dire che ogni 4 ore oltre alla corse devi metterci in mezzo le cose che una persona fa nella sua vita quotidiana e possibilmente un po’ di riposo, per un totale di almeno 77 km in due giorni.

Sinceramente se non ci fosse stato dietro un intento benefico non credo proprio che mi sarei unito a questa sfida, anche per il soggetto americano che l’ha promossa, però il mio animo da runner mi ha detto che oltre ad un piccolo contributo economico potevo dare anche quello “sportivo” diciamo, e così mi sono unito insieme a Simone in quel week end nella challenge, con partenza prevista alle 5 del mattino. Quindi le successive corse sarebbero state alle 9, alle 13, alle 17, alle 21, all’ 01, per un totale di 12 in due giorni. A livello di km ho avevo fatto dei doppi allenamenti lunghi nel fine settimana, quindi stavolta si sarebbe trattato di spezzarli su più frazioni; quello che mi preoccupava di più era il riposo e come avrei corso con la stanchezza addosso, che è un po’ il mio punto debole, e dove correre all’una di notte quando in Italia c’è il coprifuoco. Per quest’ultima le opzioni erano tre: correre sotto casa, nella parte condominiale dove ci sono i garage, un mini percorso da 160 metri da fare avanti e indietro; opzione 2: correre sulla pista ciclabile che parte proprio dietro casa mia e che percorrendola avanti e indietro mi avrebbe garantito di fare 6,5 km, o infine, chiedere ad un amico di dormire a casa sua e sfruttare il tapis roulant. Lascio a voi la scelta su quale delle alternativre, tutte abbastanza un po’ folli, io abbia optato.

Vai si parte, ore 4.30 del mattino la prima sveglia. Ci si alza con calma, mi vesto, mischio un po’ della mia beta alanina in un bel bicchierono di acque e si esce, aspetto le 5 in punto e vado. fortunatamente in 6 km e mezzo posso fare un giretto tranquillo e poi rinetrare a casa, anche in un tempo ragionevole visto che appunto i km non sono tantissimi. Subito doccia, colazione e poi stretching, dopodichè mi rimetto steso a letto, senza dormire, ma sfruttando già un po’ di riposo, quando poialle 8.30 mi rialzo per prepararmi alla seconda uscita mi sento mezzo rincoglionito, evidentamente non è stata un’ottima scelta. In compenso dopo la corsa dell 9 mi sento carico a mille, e una volta a casa mangio una barretta, doccia e di nuovo stretching, poi sistemo un po’ casa, in attesa della corsa delle ore 13. qui sono ancora più motivato, perchè una volta a casa avevo in programma di farmi un bel pranzetto, coì da ricare bene le batterie. In questo week end come al solito ho visto la mia ragazza, però anche lì ho dovuto un po’ incastrare gli orari e comunque una delle uscite se l’è dovuta beccare 😁: quella dell 17, dai gli è andata bene 😎. Correndo di nuovo alle 21 avevo in mente di cenare presto, anche se alla fine mi sono messo a tavola alle 19.30 e questo un pochina si è fatto sentire nella corsa delle 21. Per questa uscita ho fatto doccia e poi ho cercato di riposare quanto più potevo, menttendo la sveglia alle 00.30. L’ultima corsa della giornata devo dire che non mi è pesata più di tanto, anzi, sono andato bene e non ho accusato tanta stanchezza come magari mi aspettavo.

Bilancio e considerazini della prima giornata: sono partito non in condizioni perfette, perchè da giovedì avevo un risentimento al polpaccio sinistro, e in corsa non mi dava particolari problemi, ma una volta fermo e comminando lo sentivo proprio pesante, nonostante questo la prima tranche è andata tutto sommato bene, ho cercato da fare sempre stretching con passaggio del rullo sul polpaccio e per mia grande fortuna quel week end è stato baciato dal sole, dopo che era iniziato con un po’ di pioggerellina alle 5 del mattino, e questo mi ha permesso di usare anche l’abbiglimanto un po’ più leggero. Perchè comunque in 12 corse non è proprio il massimo rimettere le stesse cose. Ho applicato anche la rotazione delle scarpe che ho, in modo da usarle tutte. Ho avvertito tanta stanchezza nella corsa dcel pomeriggio e in quella delle 21, questa è stata una mazzata.

Secondo giorno: la nottata è andata così così, ho dormito pochino, e ad un certo punto avevo anche fame, solo che in tutta la mia vita non mi sono mai alzato nel cuore della notte per mangiare, così ho resistito, e alle 5 ero di nuovo pronto per l’inizio della seconda giornata. Anche dopo questa mi sentivo un pochino stanco, come il giorno prima, ma invece che andare a letto sono rimasto sveglio facendo cose in casa, aspettando il secondo round delle 9. Non ho cambiato abitudine e già dopo la corsa delle cinque ho fatto colazione e stretching, niente doccia stavolta, e farò così anche per quella del pomeriggio, per risparmiare un po’ di tempo. Tutte le corse ho cercato un po’ di diversificarle: in alcune andavo proprio piano, in altre mettevo degli allunghi finali per dare almeno un po’ di ritmo, solo in una ho cercato di dare tutto ciò che riuscivo, quella dell’ora di pranzo, “così poi mi gusto un buon pranzo”, mi dicevo. Anche se poi questo si rivelerà un errore, perchè i pasti principali li ho mantenuti tale, solo che correndo dopo tre ore accusavo sempre, anche se in maniera minore. Per un eventuale challenge simile opterei per dei micro pasti, mangiare poco appena finito ogni corsa e basta. In compenso per gli indumenti ero sempre abbastanza fornito e nonostante tutto sono riuscito a dosare tutto facendo una sola lavatrice a avendo a disposizione quello che mi serviva. L’unico problema sono state un po’ le mutande, sono arrivato all’ultima corsa con l’ultimo paio che avevo a disposizione. 😁L’ultima parte di giornata è stata tostina, perchè alle 21 avevo una diretta che volevo seguire online, quindi ho anticipato la corsa e ho mangiato una vola rientrato. Inoltre visto che il giorno dopo avevo un turno da 12 ore ho preparato il pasto da portare al lavoro e la cena una volta rientrato a casa, quindi non mi sono proprio fermato.

Ogni volta che uscivo pianificare il percorso mi ha sempre aiutato ad arrivare in fondo e non sentire più di tanto la stanchezza, che poi si trattava più di stanchezza di gambe, perchè ero sempre lucido e la mancanza di sonno non si è fatta sentire più di tanto. E di questo sono contento, perchè pensavo peggio. Nel secondo giorno mi sono concentrato anche sul pensare che comunque quello che stavo facendo mi rendeva felice e allo stesso tempo fortunato, visto che posso correre in uno stato di buona salute e sostanzialmente non ho grandi problemi. Dopo la corsa dell’una di notte, nell’ultima corsa non provavo niente, ero soddisfatto ma desideravo solo una bella doccia e andare a letto. Soltanto il giorno dopo, a freddo, ero davvero contento e felice per ciò che avevo fatto.

Conclusioni: è stata una bella sfida e soprattutto fatta per una buona causa, alla fine Simone ha raccolto 2000 euro, quanto basta per 8 operazioni, e questo è stato un bel successo!!!!Ho testato varie cose per quanto riguarda la corsa e ricevuto altrattante risposte su come reagisce anche il corpo in una situazione un po’ più stressante come questa. Come challenge dubito che la rifarei, se non fosse per un’altra buona causa, perchè mi piace cambiare sfide e pormi obiettivi diversi. a proposito di questi visto che il Passatore sarà rimandato anche quest’anno (manca solo il comunicato ma con questa situazione non si farà a fine maggio), dopo un consulto con il mio allenatore Roberto Martini, mi sono dato un nuvo obiettivo sempre sfidante, da raggiungere, speriamo, il giorno del mio compleanno. Da domani si macineranno un bel po’ di km.

Verso il 2021

Come di consuetudine è tempo di fare un po’ di considerazioni su quello che è stato l’anno che si appresta a concludersi e le speranze per il 2021, a livello sportivo in primis, ma poi in generale. Il Covid ovviamente ha stravolto tutto, mondo della corsa compreso, e credo che quando riprenderanno le gare non saranno più come prima, almeno a livello organizzativo, tanti infatti i protocolli da far rispettare se vogliamo correre in sicurezza, sarà difficile, ma ci si può riuscire; tutto considerato però, in un anno in cui si è corso poco o niente sono contento e fortunato per aver partecipato anche solo a tre gare, una diversa dall’altra: una mezza su strada, una 20km trail e un 5000m cross, ognuna che mi ha regalato un’emozione particolare, in tutte come sempre ho messo l’impegno e la gioia che provo quando corro, e questo mi ha reso felice, almeno in quei momenti. Come in una corsa sulla lunga distanza ho dovuto affrontare le difficoltà dovute alla situazione che si è venuta a creare a seguito di questa pandemia, anche se molte volte mi sono sentito stanco e non sempre ho avuto la volontà di reagire come avrei voluto; grazie a Dio ne sono sempre uscito e tutto sommato, fisicamente, sto anche abbastanza bene, ma se devo essere sincero gli avvenimenti che mi sono capitati mi hanno un po’ segnato: prima ci si è messo il covid (non che l’abbia preso), poi l’infortunio al piede sinistro, il rapporto non sempre facile con la persona che ami, la morte di mio padre, e negli ultimi mesi la rottura di un dente e la distorsione di una caviglia. Quindi, anche se sono convinto che nella vita le difficoltà ci saranno sempre spero che il 2021 sia un po’ più sereno e che riesca a regalarmi qualche ulteriore gioia; la seconda cosa che spero è ovviamente di poter correre di più, non solo in termini di gare, ma soprattutto in termini di quantità, perchè stare fermo dei mesi, quasi metà anno, senza poter correre, è stata dura. E infine spero di riuscire a fare e concludere la 100 km del Passatore, con la consapevolezza che l’importante non sarà arrivare in fondo, ma come arriverò in questi mesi sulla linea di partenza, se avrò fatto il possibile per prepararla e dato tutto me stesso allora dovrò essere comunque felice, perchè in quella gara l’imprevisto, o il momento di forte crisi non sai davvero quando ti capita. Come riporta Simone Moro nel suo libro i sogni non sono in discesa “vetta o non vetta, record o non record, ogni viaggio è un’esperienza esistenziale, e l’esplorazione inizia già con il primo passo che si muove verso l’ignoto e che ci costringe a uscire dalla nostra zona di confort. Un’esplorazione non è tale solo se si arriva in cima o si raggiunge l’obiettivo prefissato. La felicità sta in un percorso, non in una destinazione”. Ma veniamo alle cose belle di quest’anno, perchè è vero chè stato difficile ma non da buttare totalmente: non ho corso tanto, ma ho corso, e questo già è una cosa positiva, ho gareggiato anche nella seconda parte dell’anno e a maggio non l’avrei mai detto, ho iniziato a fare trail, ho cambiato alimentazione e sembrerà una cavolata ma spesso ora, quando mangio, sono contento; ho iniziato a seguire un paio di canali youtube di persone che riescono a trasmettermi ogni volta qualcosa di positivo e buono, e infine l’affetto delle persone a me care. Sono tutte cose che mi aiuteranno ad affrontare il nuovo anno che sta per arrivare, almeno lo spero.

Ritorno tra i banchi di scuola: shortrail degli ulivi

Dopo circa due settimane o poco più che avevo ricominciato a correre vedo un post di FB che condivideva il volontino dedicato al trail degli ulivi, a Bettona in Umbria. Due le distanze: una 50 km con quasi 2000m D+, e la 20 km con 870 d+. Come data era perfetta, il 26 settembre, perché quel week end sarei sicuramente tornato a casa per il compleanno di mia madre, quindi una strana voglia mi è scattata dentro, mi sono detto: “beh la 50 è veramente troppo, però la 20 con un po’ di allenamento ce la potrei fare”. Così ho ricominciato a macinare un po’ di km e ad allenarmi in salita; c’era però da cimentarsi anche sul tipo di terreno, trattandosi di trail e correndo sempre su strada dovevo fare qualche corsetta off road diciamo, così ho chiesto consiglio al caro Max Bedonni, esperto in materia, il quale mi ha fatto conoscere il Bologna trail team, un gruppo che il martedì e il giovedì sera si ritrova per correre insieme, perciò mi sono unito a loro nelle settimane prima della gara. Devo dire che è stata, ed è tuttora, una bella esperienza, è una corsa diversa, che mi ha insegnato ad avere più pazienza quando ci sono i momenti difficili come nelle salite più impegnative, o quando i km sembrano molti di più di quello che sono, e ad aspettare gli altri che corrono insieme a te, anche se ad un passo diverso. Per questo, in vista delle prossime gare, incrociando le dita che si facciano, ho chiesto al mio allenatore Roberto di inserire nella programmazione settimanale un allenamento di tipo trail, inoltre ho anche l’impressione che fisicamente mi stia aiutando molto, come sviluppo di una certa forza muscolare. Nelle settimane che hanno preceduto la corsa ho anche testato lo zainetto preso alla decathlon per l’occasione, e devo dire che è stupendo, stra comodo, permette di portare un sacco di cose, e avere una sacca da 1 litro di acqua dietro aggiunge altri punti al tutto. Pensate che la scorsa settimana sono andato a fare un lavoro di “ripetute” nel parco che amo, distante circa 5 km da casa mia, quindi cosa ho fatto: per la fase di riscaldamento ho usato un certo tipo di scarpe, una volta arrivato lì me le sono cambiate, ho messo quelle apposta per i lavori veloci che avevo portato nello zaino, e una volta terminato ho rimesso le scarpe per il defaticamento e sono tornato a casa. Poi siccome le fontane non sempre funzionano bene avevo anche l’acqua con me.

Ed eccoci a sabato 26 settembre, giorno del trail. La sera prima riesco a cenare e dormire a casa di un amico a Bastia, distante 8 km dal punto di partenza, e questa è stato un gran vantaggio, altrimenti la mattina mi sarei dovuto alzare verso le sei e partire, dato che il ritiro pettorali era fino alle 8.30; una volta arrivato ho ritrovato i cari compagni di corsa super Ricky e Natale, loro avrebbero fatto la 50Km, così fino alla loro partenza, fissata un’ora prima della mia, siamo rimasti insieme a chiacchierare un po’, inoltre alla fine è arrivato anche Max, anche lui per la 50, e il giorno dopo avrebbe partecipato alla maratona che si sarebbe svolta a San Marino, che eroe!!!

Ritrovarsi a partire in mezzo agli amanti del trail è stato davvero particolare, mi sono sentito come alla prima partecipazione di una gara, tutti sicuramente più esperti e più bravi di me, bastava vederli dal loro abbigliamento, altro che zainetto della decathlon! Per me l’obiettivo era uno solo: godersi la corsa, arrivare in fondo e rimettersi in gioco dopo i mesi di stop, niente di più. L’unica preoccupazione è stata la sera prima della gara: è venuto un bel diluvio e temevo per le condizioni del terreno, ok che avevo fatto tre allenamenti trail, ma il fango non lo avevo ancora incrociato.

Per quanto riguarda le misure di sicurezza sono state veramente chiare sul sito, distanziamento sulla linea di partenza, con della X blu segnate in terra dove piazzarsi, e mascherina per i primi 500m, non ci sarebbero state docce, e ai punti ristoro ci sarebbe stata acqua in bottiglia e snack sigillati, per questi ultimi credo che fossero nella 50, perché nella 20 non li ho proprio visti.

E poi il countdown, fino allo start, 20 km di salite e discese; mentalmente, guardando l’altimetria del percorso avevo suddiviso tutto in pezzi, in modo da affrontarlo meglio. Poi avevo con me l’acqua e due gel, uno sicuramente lo avrei usato, dato che dal momento della colazione sarebbe passata qualche ora, e l’altro un po’ da scorta.

I primi km scorrono abbastanza bene, nei tratti in salita in cui si cammina cerco di fare una camminata veloce e non rallentarmi troppo, al primo ristoro prendo una bottiglietta d’acqua e me la tengo sulla parte davanti dello zaino, così ogni tanto uso quella. Cerco di tenere sempre un po’ il contatto con chi mi è davanti, verso la metà scorgo davanti a me una ragazza che cavolo ha un buon passo, riesco a superarla solo una volta e giusto per un km, poi quando inizia un tratto in discesa mi supera di nuovo e non la rivedo. Più faccio trail più mi accorgo di quanto la gente nelle discese si fionda a cannone come se non ci fosse un domani, io sono più cauto e non riesco a lanciarmi, non so è per preservare il piede dove mi sono infortunato, in salita poi recupero, vado bene e riduco la distanza, ma in discesa c’è poco da fare. Comunque il percorso è davvero bello, oltre ad essere molto corribile, gran parte è in mezzo al bosco, a volte siamo usciti attraversando un paio di caseggiati vicino ai campi e altre, nello sterrato, abbiamo potuto ammirare le colline umbre che ci circondavano, una sola volta siamo andati su asfalto, ma sarà stato per duecento metri, giusto il tempo per rimettersi nel bosco. C’è stata solo una parte che ho sofferto, quella della discesa con i sassi che escono dal terreno, quel tipo di discesa la odio, sento molto la pressione sotto i piedi e devo stare davvero attento, però passata quella non ce ne sono state altre di quel genere, e ho proseguito vero l’ultimo ristoro. Da lì mi sarebbe aspettato una discesa, una risalita e poi un’altra discesa prima dei 3 km in salita fino a Bettona. Quest’ultima parte mi ha un po’ stupito, perché la discesa si è protratta un po’ di più, e la parte di salita era di quasi 2 km, quindi moralmente ha aiutato non poco nel finale, dove ho dovuto prendere un gel al 19°, purtroppo iniziavo a sentire qualche mugugno alla pancia, credo per un po’ di famina, e così per evitare sorprese nel finale ho preferito non rischiare.

Il momento divertente è stato invece su una discesa, abbastanza ripida, ad un certo punto sento che dietro di me ci sono un paio di biciclette che si avvicinano, e più la discesa continua più si avvicinano,e mi chiedo “ma come diavolo fanno?!!io sto concentratissimo a dove metto i piedi e questi mi sono attaccati. Quando incrocio un fotografo questo mi fa “occhio che ti monta sopra!” e io in risposta “eh lo so, me lo sento addosso”. Poi mi sono accostato e li ho lasciati passare, avevano decisamente un altro passo.

L’arrivo credo che sia stato forse il più bello fin ora che ho fatto, se la gioca con gli ultimi km a Valencia, qui le colline e la città di Assisi in lontananza, la salita finale con l’ingresso nel borgo proprio mentre suonano le campane quasi a festa per mezzogiorno, è stato stupendo!!Proprio nell’utltimo km avevo riagguantato un gruppetto che avevo perso di vista, tra cui c’era la famosa ragazza e superarli per arrivare davanti al traguardo mi ha dato un motivo di gioia in più, alla fine poi la famosa ragazza era la terza delle donne, non male direi.

Tornare a gareggiare dopo ben 8 mesi dalla volta precedente è stato un po’ come il ritorno a scuola dopo le vacanze estive, anche se lo hai già fatto ti fornisce una certa emozione, ti chiedi come andrà e come sarà l’anno scolastico che sta per iniziare, pur con tutte le incertezze legate alla situazione attuale. Mi ha ridato una gioia in più e continua lo stesso a farmi sognare, se non potrò gareggiare continuerò a correre, mi inventerò qualcosa, magari una sfida personale, non so. L’importante è poter correre di nuovo.

Voto 10 all’organizzazione, sono stati perfetti, sia per il regolamento esposto online, per il percorso ben segnalato, per aver fatto tutto ciò in questo periodo difficile e la gentilezza dimostrata il giorno della gara. Ci hanno regalato una gran bella giornata, chissà che magari il prossimo anno non faccia la 50 km…

La mia esperienza nella via degli dei, perchè farla e cosa portare

PREAMBOLO

Gli ultimi 5 mesi sono stati difficili, credo di aver imparato qualche lezione, ma molte energie se ne sono andate, mi serviva qualcosa che mi permettesse allo stesso tempo di recuperarle e che mettesse un pochino in gioco, di nuovo. Così quando un sabato mattina un paziente in ospedale ci regalò la guida alla via degli dei, ho sentito che quella poteva essere la strada giusta. Ho iniziato così non solo a leggerla ma a cercare più informazioni sulla suddivisione delle tappe e dove dormire, dove poter mangiare e cosa portarsi dietro, anche se l’esperienza del Cammino di Santiago già era un bel bagaglio di esperienza, soprattutto sul cosa NON portare. A questo proposito consiglio di vedere i video sul canale “the walking nose”, il ragazzo è simpaticissimo ed è stato un piacere ascoltare le sue esperienze sulla via degli dei.

PER COMINCIARE: COS’É LA VIA DEGLI DEI

Sul crinale tra Setta e Savena, gli Etruschi percorsero per almeno 4 secoli (VII-IV sec. a.C.) un’antica strada che congiungeva Fiesole con Felsina, al fine di sviluppare i loro traffici e favorire il loro dominio sulla Pianura Padana.  Poi i Romani, avendo fondato nel 189 a.C. la colonia di Bononia sui resti dell’antica Felsina, sentirono la necessità di garantire un collegamento con Arezzo e Roma attraverso gli Appennini: sul precedente tracciato etrusco costruirono nel 187 a.C. con il console Caio Flaminio una vera e propria strada romana transappenninica denominata Flaminia Militare (fonte sito ufficiale via degli dei). Nel dopoguerra il nome “via degli dei” veniva usato per indicare la strada provinciale 59, che nell’Appennino bolognese risale il crinale già accennato all’inizio, e percorre una dorsale i cui nomi ricordano divinità pagane: monte Adone, Monzuno (Mons Jiunonis), monte Venere, monte Luario. Tale nome fu poi adottato dagli ideatori del percorso attuale, i quali scelsero di andare da Bologna a Firenze a piedi seguendo il percorso più diretto tra le due città, ricalcando in parte la via Flaminia Militare, che pochi anni prima era stata riscoperta da Cesare Santi e Franco Agostini. Per ragioni naturalistiche e per evitare strade trafficate, si scelse in alcuni tratti di deviare dal percorso romano. Questo fa sì che la Via degli Dei coincida con la Flaminia Militare per il 65%, ed è possibile attraversare alcuni tratti di basolato ben conservati.

un tratto della Via Flaminia Militare

LE TAPPE, IL TIPO DI TERRENO, L’ALLENAMENTO

Altimetria della Via degli dei

La guida di Simone Fregnani di “Terre di Mezzo”, suddivide il percorso in sei tappe:

  1. BOLOGNA-MONTE ADONE: Km 24.9 difficoltà media
  2. MONTE ADONE-MADONNA DEI FORNELLI: 23.9 Km, difficoltà impegnativa
  3. MADONNA DEI FORNELLI-PASSO DELLA FUTA: 14.8 km, difficoltà media
  4. PASSO DELLA FUTA-SAN PIERO A SIEVA: 22 Km, difficoltà media
  5. SAN PIERO A SIEVE-VETTA LE CROCI: 18.6 Km, difficoltà impegnativa
  6. VETTA LE CROCI-FIRENZE: 17.1 Km, difficoltà facile

La guida è ben fatta, riporta alcuni b&b dove poter alloggiare per ogni tappa, compresi alcuni camping; il mio consiglio è di informarvi anche su internet, perché l’esperienza di chi l’ha fatto e dei posti dove ha pernottato è nettamente migliore di chi scrive le guide, senza nulla togliere al lavoro che c’è dietro, noi ad esempio ci siamo fermati in un b&b che non era nella guida, ed è stato uno dei migliori in cui sono stato (cammino di Santiago compreso); La via degli dei si sviluppa per il 70% su sentieri, in gran parte attraverso zone montagnose, fino ad un massimo di 1200m, il percorso è bene segnato, fa eccezione il primo tratto da piazza Maggiore fino a San Luca, dove non c’è nessun cartello “via degli dei”, per me che conoscevo la strada nessun problema, ma i compagni vicentini me lo hanno fatto notare, segnaletica che parte dal parco Talon, lì si trova il primo cartello con scritto proprio “via degli dei”, per il resto il percorso è sempre ben segnalato, noi abbiamo sbagliato solo in un punto la mattina del terzo giorno, alla partenza da Monte di Fo, allungando di 1 km e mzzo, massimo 2, per il resto siamo sempre andati bene.

Ritorniamo un attimo alla suddivisione delle tappe, la scelta più classica e standard che troverete anche online è impostata su 5 giorni:

  1. BOLOGNA-MONTE ADONE
  2. MONTE ADONE-MADONNA DEI FORNELLI
  3. MADONNA DEI FORNELLI-MONTE DI FO
  4. MONTE DI FO-SAN PIERO A SIEVE
  5. SAN PIERO A SIEVE-FIRENZE

Alcune note su questa suddivisione: per la prima tappa la maggior parte dei pernottamenti sono prima della salita al Monte Adone, o comunque a Badolo, che si discosta leggermente dalla via degli dei principale. Se uno si ferma prima del Monte Adone affronta la salita nella seconda tappa, quando è più fresco, a livello di energie, personalmente, e ci siamo trovati bene, abbiamo affrontato la salita al Monte Adone, siamo scesi e ci siamo accampati al circolo Monte Adone, in fin dei conti nella prima tappa escludendo la salita verso San Luca poi si fa un pezzo in discesa e poi è tutta pressoché piatta, fino appunto ai piedi del Monte Adone. Consiglierei infine di non fermarsi a San Piero a Sieve, questo perché nell’ultima tappa ci sono comunque delle salite da affrontare (quella al monte Senario e a poggio pratone, e metterci anche un pezzetto di salita che c’è dopo San Piero a Sieve può essere stancante, meglio aggiungere 8 km alla tappa MONTE DI FO-SAN PIERO A SIEVE, così da risparmiarseli il giorno dopo, e pernottare a Tagliaferro, qui non c’è niente a livello di supermercati, ma se parlate con i b&b vi faranno qualcosa loro. In alternativa potete prendere il cibo a San Piero a Sieve dove ci sono supermercati. Per il resto mi sembra che sia ben bilanciata come suddivisione delle tappe.

Veniamo ora alla suddivisione in 4 giorni, quella che ho fatto io con i ragazzi di Vicenza conosciuti lungo la via:

GIORNO 1: BOLOGNA-CIRCOLO MONTE ADONE

GIORNO 2: CIRCOLO MONTE ADONE-MONTE DI FO

GIORNO 3: MONTE DI FO-PODERUZZO (Tagliaferro)

GIORNO 4: PODERUZZO-FIRENZE

Farla in 4 giorni significa tirarla, perché vi toccherà una tappa da quasi 40 km, noi abbiamo optato per unire la seconda e la terza, proseguendo oltre Madonna dei Fornelli, fino a Monte di Fo, il mio orologio Garmin, in termini di passi, alla fine ha segnato 42.4 km quel giorno, nel punto dove ci siamo fermati. Per chi vuole farla in 4 giorni a mio avviso è la scelta ottimale, c’è da fare un bel po’ di salita, ma poi si scende dolcemente fino a Monte di Fo, l’alternativa, sempre per chi vuole farla in 4 giorni, è unire la terza e quarta tappa, quindi fermarsi a Madonna dei Fornelli e poi fare MADONNA DEI FORNELLI-SAN PIERO A SIEVE. Il ragazzo di “the walking nose” dice che questa suddivisione ha senso, perché prima è tutta salita, e poi tutta discesa, io però non la consiglio, perché la parte in discesa in molti tratti non è bellissima, e ritrovarsi a fare quella discesa dopo la salita verso il passo della futa secondo me a mette un bel po’ sotto sforzo i quadricipiti.

Passiamo ora all’allenamento per la via degli dei: come tutti i cammini anche questo merita un periodo di allenamento, la via degli dei è un continuo alternarsi di salite, discese e tratti in piano, in ogni tappa, quindi io consiglierei qualche settimana prima di iniziare a camminare magari tutti i giorni, e soprattutto una settimana dedicarla a camminare con lo zaino carico, per simulare il più possibile le condizioni in cui vi troverete, inoltre così facendo eviterete vesciche che possono crearsi una volta iniziata la via degli dei.

LO ZAINO

Direi che questo è l’elemento più importante quando si decide di partire, sia per il tipo di zaino in sé sia se vogliamo intenderlo sulle cose da portarsi dietro. In linea generale è consigliato di stare sui 10 kg come peso, questo poi varia a seconda del periodo scelto per fare la via degli dei, perché in autunno o primavera magari necessiterà di qualche ricambio in più, oltre che di materiale più pesante. Comunque, il volume dello zaino: se decidete di pernottare nei b&b o negli affittacamere, basta anche uno da 30L, io l’anno scorso, ipotizzando di tornare sul Cammino, avevo comprato dalla Decathlon uno da 50L che costava quasi 50€, quindi mi sarei tenuto quello a prescindere, senza comprarne un altro. Il volume alto (50-60L) è consigliato se decidete di partire in tenda.

Per l’equipaggiamento io mi sono portato:

  • 2 magliette a maniche corte
  • 2 pantaloncini corti
  • 1 maglietta a maniche lunghe
  • 1 maglietta a maniche corte per la notte
  • Una felpa
  • 1 giacca antivento/anti pioggia
  • 1 copri zaino
  • 1 paio di sandali buoni anche per camminare, questi ce li avevo dal Cammino di Santiago (in alternativa è consigliato di portare le infradito o comunque un paio di ciabatte)
  • 1 costume (alcuni camping /b&b hanno anche la piscina)
  • KIT PER MERGENZE E IGIENE PERSONALE(dentifricio piccolo, spazzolino, filo interdentale, garze, Hypofix, brufen, crema riscaldante da utilizzare prima e a fine camminata, crema per il sole, Autan per le zanzare, integratori di magnesio e potassio, salviette umidificate)
  • Caricabatterie, torcia frontale e mini torcia normale
  • MATERASSINO
  • GUIDA di “terre di mezzo”
  • Quadernino dove poter scrivere un mini resoconto della giornata

Ci tengo a precisare due cose: la prima è il periodo in cui l’ho fatto (8-11 agosto), quindi dove si presume che le temperature siano alte e che le probabilità di pioggia siano basse, in ogni caso il ki antipioggia va sempre portato, io ho optato per il binomio coprizaino e giacca antivento/antipioggia, questo perché il poncho lo avevo portato nel Cammino di Santiago e l’ho trovato scomodo, qui sono gusti, c’è chi si trova molto bene anche con il poncho, io non mi ci sono trovato benissimo, inoltre se si è da soli è sicuramente più comoda la versione coprizaino+ giacca antivento. L’altra cosa, che sicuramente vi farà strizzare gli occhi, è che NON HO VOLUTAMENTE PORTATO il sacco a pelo. E qui scatta la domanda “MA PERCHÉ?!!!”, primo perché dormivo in tenda, quindi non ero soggetto a nessun obbligo diciamo, secondo perché, visto che appunto sono partito ad agosto speravo che la notte non facesse così freddo, in fondo sono 3-4 notti, quindi si può anche resistere. Il sacco a pelo che ho a casa ha un escursione che va dai -4 a + 11, quindi in questo periodo avevo il timore di sudarci. Infine avrei risparmiato quasi 700 gr di peso, che non sono pochi. Ho fatto bene? a posteriori posso rispondere NI, nel senso che un po’ di freddo l’ho sentito, e ho fatto fatica a dormire nella seconda parte della nottata, più che altro perché non avevo i pantaloni lunghi, ma rifarei la scelta anche ora, 3 notti di non perfetto riposo si possono sopportare. Per chi va nei b&B consiglierei di valutare l’opzione sacco letto, pesa molto meno, sembra anche più comodo del sacco a pelo e costa meno, anche quello si trova da Decathlon, e sinceramente lo avrei preso. Tutto ovviamente cambia se decidete di partite in autunno o in primavera, lì forse il sacco a pelo è necessario, ma vi ripeto, l’opzione sacco letto non è da scartare a priori.

IN TENDA O NEGLI ALLOGGI?

Premetto che io sono stato quasi obbligato a partire in tenda, perché facendo qualche telefonata negli alloggi presenti nelle prime due tappe del cammino l’ho trovati pieni, agosto è un periodo molto gettonato e va addirittura prenotato con quasi un mese e più di anticipo, altrimenti sarei andato sugli alloggi che comunque ci sono lungo la via. Certo non aspettatevi cose tipo Cammino di Santiago, dove ogni paesino ha sicuramente un ostello dove pernottare e non c’è bisogno di prenotare. Concludendo io ho preso la tenda da due posti alla Decathlon, prezzo 28 €, davvero comoda, costa poco, pesa 2.4 Kg, ed è facile da montare (se volete “the walking nose” ha fatto un video anche su questo). Certo, se si è in due ci si può spezzare il contenuto della tenda ed è meglio, ma io non avendo questa opzione me la sono portata per conto mio.  Questo mi ha permesso anche di conoscere lungo la via prima Andrea, poi Mattia e Jacopo, tutti e tre del vicentino e tutti e tre con la tenda, visto che il passo più o meno era lo stesso (diciamo che loro andavano davvero forte e mi sono dovuto impegnare a stargli dietro 🙂 ) abbiamo fatto le tappe insieme, ciò ha reso questa prima esperienza sulla via degli dei davvero unica.

In altri periodi dell’anno sicuramente è più facile trovare posto, ma in ogni caso una telefonata datela.

L’ACQUA E IL CIBO

Scegliendo di partire ad agosto è inevitabile che l’acqua ha molta importanza, si suda e ad un certo punto il sole si fa sentire, io sono partito con 2L di acqua, e durante le varie tappe le bottiglie erano quasi sempre piene, a seconda del fatto che mi sarei fermato in un certo punto mi tenevo un litro di acqua. Magari al mattino, nelle ore più fresche, partivo scarico, con mezzo litro di acqua, e alla prima pausa ricaricavo. Anche qui non è come sul Cammino dove ogni paesino ha la sua fontana, l’acqua non è che scarseggia, ma passa un bel po’ prima di una fonte, quindi fate in modo di averla sempre con voi. Per il cibo a parte il primo giorno che mi ero portato un mega panino per pranzo, solitamente l’unica cosa che avevo dietro erano dei biscotti, delle merendine e un po’ di frutta secca. I grandi pasti (pranzo e cene) lì facevo nei paesi, dove si può trovare un alimentari, il supermercato (come a San Piero a Sieve) o comunque un ristorante/trattoria.

P.s: per le bottiglie d’acqua che mi sono portato erano tutte e tre in plastica. Sicuramente ci sarà da storcere il naso, e anche io per una questione ambinetale non uso mai bottiglie in plastica, ma la considerazione è una sola: la plastica pesa meno dell’alluminio, quindi per questi giorni ci sono passato sopra e ho optato per quelle. Cammino di Santiago docet.

DOVE HO DORMITO

Anche se ho preso la tenda mi sembra giusto dirvi dove ho pernottato, più tornarvi utile. Dunque per la prima tappa ho piantato la tenda al CIRCOLO MONTE ADONE, qui per 5€ vi fanno mettere la tenda e fare la doccia con l’acqua calda, ha anche il bar e i bagni sono ben tenuti, c’è anche possibilità di lavarsi i panni a mano. Sopra il camping c’è anche il ristorante. Per il secondo posto NON ANDATE AL CAMPING LA FUTA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Ora vi racconto il motivo: secondo giorno, dopo 39 km di camminata arriviamo al “camping la futa”, che si trova appunto al passo della Futa, noi non avevamo prenotato, eravamo in 4 con tre tende piccole, quindi pensavamo che non fosse un così grosso problema, trattandosi di un camping. All’ingresso la signora ci fa “avevate chiamato?”, e noi “no” ovviamente, lei quindi continua così “ah mi dispiace ma non ho posto, magari potete provare al camping il sergente, lui è buono, forse un posto ve lo trova”, immaginate quindi dopo aver camminato 10 ore come ci siamo sentiti alle quattro e mezzo del pomeriggio, il cervello aveva resettato tutto dopo il no, ed eravamo ancora più a pezzi. Almeno alla nostra richiesta di chiamare lei per conto nostro ha accettato e ci ha prenotato.  E poi lo smacco finale, mentre eravamo seduti fuori a bere un po’ di coca cola per preparaci ai 3 km che ci separavano dal nostro pernottamento, esce un tipo, credo un co-proprietario, che ci dice “se volete potete rimanere”, meno male che ci ha pensato Mattia a rispondere con un secco NO, perché personalmente non è che connettevo molto.

Che poi voi direte “eh però non è che vi potete lamentare”, beh considerando che poi i ragazzi siciliani che abbiamo conosciuto facendo questa via degli dei e un’altra coppia, ragazzo e ragazza, sono andati lì dopo di noi, senza chiamare, e a loro li ha fatti accampare, in più uno dei ragazzi ci ha detto che di posto ce ne stava per piazzare altre tende. La considerazione nostra è che il camping la futa non è proprio adatto ai camminatori, prediligono una clientele d’elite, di villeggianti o che.

VOTO 10 al CAMPING IL SERGENTE, e non solo perché ci ha accolti dopo 42 km, ma perché ci siamo trovati proprio bene, anche lui ha una piccola piscina, una parte dove far mettere le tende e un bar/ristorante, il personale è stato sempre gentile, anche quando abbiamo chiesto consigli su dove dormire il giorno dopo volendo allungare la tappa dopo San Piero a Sieve. I bagni e le docce sono tenuti bene, per 6 € si può anche utilizzare la lavatrice e l’asciugatrice, siccome i ragazzi non avevano niente da lavare, io mi sono lavato le cose del giorno del cammino a mano, e poi per 2€ ho utilizzato l’asciugatrice, data l’ora era impossibile che si sarebbero asciugati per la mattina successiva. Il prezzo per mettere la tenda è stato di 10€. Infine c’era spesso posizionate colonnine con il disinfettante gel. Consigliatissimo!!

Terza e ultima notte trascorsa al b&b PODERUZZO, che è un 1 km circa sotto Tagliaferro, sempre sul percorso della via degli dei. VOTO 11. Sofie, la proprietaria, è stata gentilissima, ci ha fatto mettere le tende sulla parte verde che aveva davanti al b&b, appena arrivati ci ha poi chiesto “volete delle birre?” cavolo sì, direi che ci vogliono, anche quel giorno avevamo fatto un bel po’ di km, e da San Piero a Sieve eravamo partiti verso le 3 con una bella afa. Ha preparato lei la cena, semplice ma spettacolare (vedere foto sotto) e ci ha fatto compagnia nel dopo cena. Ci ha poi permesso di usufruire della lavatrice senza chiederci niente in più. Non so di preciso quante camere abbia a disposizione, sinceramente non ci ho fatto troppo caso, però sono carine e ben tenute. Per le tende noi ne abbiamo piazzate 3 e c’era ancora posto, in ogni caso meglio chiamare per sicurezza. Peccato davvero che non sia nella guida perché è super tattico. Richiamando alla mente tutti i posti del Cammino di Santiago dove ho dormito questo è entrato nel podio, se dovessi rifarla pernotterei ancora qui, magari in camera.

PERCHÉ FARE LA VIA DEGLI DEI

Tutto sommato non porta via tanto tempo, in cinque giorni si fa bene secondo me, ma allo stesso tempo si affrontano salite e discese in un panorama davvero unico, attraverso l’appennino e i suoi boschi. C’è anche il fattore storico, ripercorrere una strada utilizzata fin dal tempo dei romani è affascinante, certo come detto il percorso coincide “solo” per il 65% con la vecchia strada romana, però è comunque bello. Dai video e dai racconti anche l’autunno ha il suo fascino, con i suoi colori e i suoi profumi, però ovviamente uno deve partire in base ai giorni che riesce a ritagliarsi. Bologna e Firenze poi sono facilmente raggiungibili in treno, e credo sia per questo che si spiega l’aumento come numero di camminatori negli ultimi anni. Sì. Merita davvero!!!

LINK UTILI

Vi riporto di seguito alcuni link in cui vengono raccontate le proprie esperienze e forniti consigli sulla via degli dei, io li ho trovati molto utili.

Un digiuno lungo cinque mesi

Chiudo gli occhi, la mente torna a mostrarmi l’ultima volta che ho finito una corsa e mi sentivo contento, ero nei miei cari giardini Margherita, e avevo completato un allenamento di ripetute, guardai il sole che sorgeva, in quell’istante mi sentivo davvero felice, ma allo stesso tempo qualcosa mi diceva che quella sarebbe stata l’ultima corsa lì dentro. Dopo un paio di giorni infatti chiusura dei parchi pubblici, inizio del lockdown e stop anche alle corse; ma non solo, tanta amarezza per come è stato trattato chi voleva continuare a correre, nel rispetto delle leggi sia chiaro, e invece no, considerati come untori o irrispettosi verso coloro che si trovavano in ospedale per l’epidemia, o che moriva per essa, tutti, nessuno escluso doveva stare in casa, rinunciare alla corsa, e se magari lo facevi rischiavi anche. Il brutto di tutto questo è che le critiche o le “moralizzazioni” arrivavano da coloro che corrono, ma in questo momento si ergevano a paladini della giustizia e farsi belli agli occhi di tutti, su internet o sui social. Personalmente finché le leggi me lo hanno consentito ho corso, non è certo rinunciando ad un’una fortuna come la corsa che aiuto chi sta male, chi mi è vicino o sono irrispettoso verso le persone che muoiono, anzi, in quel preciso istante credo che sto apprezzando un dono che la vita mi ha dato, e che forse anche chi si trova malato e bloccato in ospedale direbbe che potendo, avrei dovuto correre. Da quando ho partecipato alla wings for life, ho visto video e interviste a persone bloccate su una sedia a rotelle o che camminavano con uno sforzo enorme, per una malattia, o un incidente, mi sono sempre ritenuto ancora più fortunato, io ero in buona saluta, potevo correre, e al mondo c’erano persone che non potevano farlo. Perché quindi rinunciare a un dono della vita? Se fosse stata reale e concreta la possibilità di trasmettere il covid correndo DA SOLO, non avvicinandomi a nessuno, e magari rispettando sempre orari dove la gente non esce (tipo le 5 del mattino come faccio quasi sempre), allora sì che sarei rimasto in casa. E come sempre, quando le leggi, soprattutto quelle regionali, sono cambiate, ho rispettato le nuove decisioni, cercando di mantenermi lo stesso in forma, seguendo le lezioni del mio allenatore Roberto Martini che ogni giorno alle 10 ci regalava uno stimolo per non mollare. Lezioni che ho continuato a seguire anche dal giorno dopo che mi hanno ingessato la gamba sinistra per una frattura al terzo metatarso, mi sono chiesto fin da subito “anche in queste condizioni, cosa posso fare per mantenermi attivo?”, la prescrizione era stare con la gamba sollevata quando ero sdraiato o seduto, però anche con una gamba qualche esercizio lo potevo fare, i lavori per il “core” li potevo fare, così un’ora al giorno era dedicato a quello, e negli esercizi che non potevo fare ne cercavo degli altri sostitutivi. 

La frattura del terzo metatarso

Le prime due settimane a livello fisico credo siano state le più critiche, fare tutte le cose in casa dal prepararsi da mangiare al farsi la doccia, da solo, non era facile, ma giorno dopo giorno cercavo sempre un modo per farle meglio. Verso la fine di aprile poi, Simone Luciani di “esco a correre” (vi invito a seguire il suo canale youtube dove oltre a tante tematiche sulla corsa, raccontare delle sue di corse, fa anche un bel po’ di interviste) lanciò una sfida a chi rimaneva più tempo nella posizione del plank classico, senza scarpe, termine ultimo per inviare i video: 31 maggio. Davvero una bella cosa, e lì mi sono detto “beh, potrei provare, magari mettendo una gamba sopra l’altra, oppure facendolo su un fianco se me lo permette”, così scrissi a Simone, gli spiegai la mia situazione, però le regole andavano mantenute, ok se volevo farlo su una gamba, ma nella posizione classica e senza scarpe. Anche lì grazie agli allenamenti di Roberto dove comunque ci faceva fare lavori per il core nelle sue dirette, ho provato a lanciarmi nella sfida. Ero contento anche solo di provarci, “con tutti quelli che lo seguono chissà che tempi faranno” mi dicevo.

Seguendo le dirette di Roberto

E poi l’8 giugno in un suo video ha annunciato i vincitori, sia per le donne che per gli uomini..quando sentii il mio nome non mi sembrava vero, era stra  contento, una gioia davvero inaspettata, stavo per fare un salto dal divano, poi mi sono ricordato che non è che fosse proprio il caso di fare salti, visto che non era molto che avevo tolto il gesso. Mi ha davvero regalato un momento che ricorderò, un po’ di luce in un momento non bellissimo. Il 26 Maggio era il compleanno di mio padre, e avrei tanto voluto tornare a casa e fargli così un regalo, ma complice la chiusura degli spostamenti fra le regioni non me la sono sentita di forzare la mano, ero pur sempre in malattia e anche cambiando domicilio c’era una legge nazionale che impediva gli spostamenti, così ho aspettato la riapertura e giovedì 4 giugno decisi di andare a trovare i miei genitori, dopo più di 3 mesi che non li vedevo; avevo deciso di fargli una sorpresa, quindi non gli dissi niente, in fondo con il piede stavo abbastanza bene e anche se non benissimo camminavo, guidare inoltre non mi creava problemi. Non appena mi videro mia madre stava quasi per piangere, e mio padre credo non avesse realizzato la cosa, forse non ci credeva, e anche io ero un po’ così, combattuto tra l’emozione e la sensazione di vivere un momento particolare. Ogni giorno la mente mi riporta a quel preciso giorno, a quegli istanti, cerco di riascoltare la conversazione avuta con mio padre, tentare di sentire ancora la sua voce, non avrei mai immaginato che il giorno dopo mi sarei trovato a cercare di salvargli la vita, senza riuscirci. Mi dicono che ho fatto il possibile, che dovrei essere contento per averlo rivisto un ultima volta, ma per me non è così, evidentemente in questo devo ancora trovare la pace con me stesso, e fino ad allora sforzarmi di ricordare tutti i momenti vissuti insieme.

Immagini dalla mia convalescenza: tra giri in bici, festa di compleanno ed esperimenti culinari.

Riprendere a camminare bene, continuare ad allenarsi per recuperare un po’ la forma persa, andando in bici o facendo del potenziamento muscolare, nei mesi di giugno e luglio ho cercato di avere ancora più pazienza prima di forzare il rientro e correre di nuovo; poi un sabato mattina di metà luglio un paziente in ospedale, dopo aver chiacchierato un po’, ci regala la “guida alla via degli dei”, lì ho sentito che poteva essere l’occasione giusta per rimettersi un po’ in gioco e allo stesso tempo recuperare un po’ di energie perse negli ultimi mesi. Benché viva a Bologna da dieci anni non ho mai avuto lo spunto per partire a fare la via degli dei, e sinceramente non la conoscevo neanche molto, a parte sapere che collega Bologna a Firenze non avevo la minima idea del percorso e dei paesi che attraversa; ed ora invece mi ritrovavo a cercare ulteriori informazioni sul dove dormire e sulla suddivisione delle tappe, scegliere il giorno della partenza, e così via, ma di questa esperienza meglio che ne parli in un articolo a parte, per ora dirò solo che mi ha impegnato dall’ 8 all’11 agosto scorso.

Ieri, dopo un paio di giorni di riposo, ho approfittato del fatto che il mio caro amico Alessandro andasse a correre nei miei amati giardini Margherita per fare una corsetta insieme, quasi 6 km facili facili come si suol dire; prima di cominciare ero davvero emozionato, poi una volta che ho corso l’unica cosa che ho sentito è stata una sensazione di stranezza, come se quello che avevo fatto non fosse stato reale, credo proprio che ci vorrà tempo anche per riprovare gioia anche nella corsa, ma sono convinto che torneranno anche certe emozioni. Per ora so solo che dopo 5 mesi dall’ultima corsa il digiuno è finito, da domani il pensiero sarà al prossimo obiettivo: mi sono infatti iscritto ad una virtual run che si terrà il 4-5-6 settmbre, niente di troppo impegnativo, come distanza ho scelto 5 km, ma cercherò di prepararmi al meglio e dare tutto. Alla fine dei conti devo essere contento di quello che mi è capitato, certo potendo scegliere nessuno vorrebbe infortunarsi e rinunciare per mesi ad una cosa che ama fare, ma analizzando bene tutto se non mi fossi infortunato mi sarei perso un po’ di cose che alla fine si sono rivelati molto importanti: prima fra tutte il rapporto con mio padre, da quando mi sono infortunato ha cominciato a chiamarmi ogni giorno, anche solo per chiedermi come stavo e dirmi due parole di incoraggiamento, senza l’infortunio le cose sarebbero andate nella solita routine e lo avrei sentito due o tre volte in croce.  Un infortunio ti porta comunque a fare una scelta: puoi decidere di sederti sul divano a guardare serie tv in totale riposo e far scorrere le giornate, chiedendo magari a qualcuno che faccia le cose per te, visto che la mobilità non è il massimo, oppure ti puoi chiedere “in queste condizioni cosa posso fare? Posso lo stesso allenarmi in qualche modo? Posso farmi la doccia e cucinare, posso uscire e fare lo stesso due passi anche solo con le stampelle?” se la risposta era sì, e la maggior parte delle volte lo è stata, allora quella cosa la facevo. Avere poi tutte le 24 ore a mia completa a disposizione mi ha permesso di seguire ad esempio tutte le dirette che nelle ultime settimane di lock down facevano sulla corsa, sul rientro alla corsa, e così via, cosa che magari con il lavoro non potevo certo collegarmi anche all’ultimo secondo su FB o in qualche canale youtube e ascoltarle. Ho pure cominciato a leggere un libro in inglese (lo devo ancora finire però, ma trattandosi di ambito sportivo sicuramente ci arriverò in fondo), che prima non mi sarebbe minimamente venuto in mente.  Nelle ore in cui potevo uscire ho conosciuto alcuni dei condomini che abitano nei palazzi vicini, e anche questo nella routine quotidiana certamente non sarebbe capitato, presi come siamo dalle varie cose da fare. Il fatto di fermarti completamente poi ti da tanto tempo per pensare, ridefinire quali sono le tue priorità nella vita e cosa vuoi fare per vivere al meglio le giornate, e anche questo in una normale routine non avrei magari fatto. Poi vabbè, vuoi mettere ordinare le cose che ti servono dal più banale tappeto anti scivolo per la doccia a un paio di scarpe da corsa, e fartele recapitare a casa senza avere lo sbatti di spedirlo a qualche altro indirizzo o in un punto amazon ad esempio?

Poter tornare a correre dopo 5 mesi, in compagnia

Direi che posso dire di avervi annoiato abbastanza, quindi ora passiamo ai ringraziamenti: un grazie di cuore a Roberto Martini, mio allenatore, mi è stato sempre vicino, mi ha incoraggiato ad andare avanti ed è diventato una presenza fissa tutti i giorni (ho continuato a rivedere le sue dirette sul potenziamento anche dopo che erano finite), a Simone Luciani di “esco a correre”, ho iniziato a seguirlo in questo periodo che ero sempre a casa ed è stata una bella scoperta, è anche grazie a lui che la voglia di tornare a correre era sempre alta, inoltre le sue interviste, ascoltare l’esperienza di altre persone nel mondo dello sport, le difficoltà che anche loro hanno affrontato,  mi ha davvero aiutato.  Un grazie infinito ad Alessia ed Eric di “Elefante Veg”, con loro non solo ho cominciato a ricercare una cucina che fosse più salutare, ma mi sono guardato anche più dentro. Dubito che senza l’infortunio mi sarei messo a seguirli come ho fatto negli ultimi mesi. Grazie ai compagni di corsa Mery, Gianfranco, Mirko, Duccio, Claudia, Ricky, Natale, a Rita (anche se lei non corre) che sia fisicamente, ma anche con un messaggio, mi sono stati vicino in questo periodo. Grazie di cuore al caro e mitico Marco Bordo, che tra mille impegni è sempre riuscito a trovare del tempo per vedere o sentire come stava un povero carcerato come ero diventato. Un caloroso ringraziamento agli amici Alessandro, Anna, Nicola e Lucia, Irene e Federico, Chiara, ai colleghi di lavoro Maria Grazia, Maria Vincenza, Sonia, Antonio, Eddy Capa Edmondo Florentino J , Nunziatella, Nicola,  Rita, che con un gesto, una frase, mi hanno aiutato in questo periodo difficile. 1000 volte grazie infine alla mia famiglia e a Lara, la mia ragazza, che mi sono stati vicino, e continuano a farlo, ogni giorno.  

Infine un ultimo pensiero a delle persone che non ci sono più, al caro collega Carlo, a Vito, e a mio padre, mi mancate sempre tanto, ma non posso fare altro che ripensare ai bei momenti trascorsi insieme.

Il G.A.S. ( Grande Anello dei Sibillini) in E-bike

Eccomi, di nuovo qui, a scrivere di storie vissute in bici, questa volta in e-bike. Riparto da dove mi ero fermato, dalla terra dei Sibillini visitata con Stefano nel settembre 2019 e dalla promessa di ritornarci.

Giugno 2021. Ogni promessa è debito. Questa volta cambia la compagnia: ci saranno con me Marco e Nicola, due amici del passato recente. Esperienza in bici prossima allo zero, incoscienza tanta. Suggerisco, però, l’utilizzo della e-bike, per riuscire a godere della bellezza del territorio con la giusta fatica.

Arriviamo a Visso che ormai sono le 22:00 di venerdì 18 giugno. Difficile trovare un posto aperto: fortunatamente la Taverna del Pescatore ci aspetta e ci permette di rifocillarci per bene in vista dell’avventura. La notte scorre tranquilla, a parte qualche riproposizione della grigliata mista. La sveglia all’alba ci regala ben 12° di temperatura: tutto come da pronostico. Colazione abbondante e ritiro delle bici: siamo pronti.

Giorno 1. Lasciamo Visso e i segni del terremoto del 2016, procedendo verso Ussita. Questi primi km sono su asfalto, giusto per prendere confidenza coi mezzi. Ecco la prima salita: si inizia subito a fare sul serio. Le pendenze a doppia cifra e il terreno scivoloso ci riscaldano e non poco. Al diradarsi della vegetazione scorgiamo cavalli al pascolo e una fonte ristoratrice. Adesso si scende per poi iniziare una salita bella tosta che ci porterà a sovrastare Fiastra e il suo bellissimo lago. La discesa é scorrevole e lunga. La visuale é un qualcosa di affascinante. La fatica fa il pari con la meraviglia negli occhi dei miei compagni di viaggio. Pausa rigeneratrice e momento ricarica bike.

Riprendiamo a salire nelle ore centrali della giornata. Questa é la salita più lunga e dura per oggi, io la ricordo bene e procedo con tutta la calma del caso. Ci mettiamo un’oretta forse a svalicare e a Puntura di Bolognola un’altra sosta é d’obbligo. Incontriamo diversi ciclisti, alcuni con la gravel che si apprestano a scendere lì dove noi con i nostri gommoni facciamo già fatica: ci vuole coraggio, bravi. Usciamo da un boschetto ed è di nuovo salita, l’ultima su asfalto che ci conduce alla Fattoria dei Sibillini, dove sostiamo per la notte. La tappa uno si conclude con 84 km, 2700 m di dislivello e una cena da asporto a base di prodotti locali.

Giorno 2. La sveglia suona e presto. Le fatiche accumulate sembrano non aver abbandonato i nostri fisici da anticiclismo. C’è poco da fare, in un modo o in un altro bisogna che arriviamo a Visso, quindi gambe in spalla ragazzi. C’è un vento fastidioso e il cielo non lascia presagire nulla di buono. Sulla valle una certa foschia la avvolge. C’è un umido che ti si attacca addosso. Credo che anche oggi ci sarà da soffrire, nonostante l’aiuto elettrico. Saliamo verso il rifugio di Altino, entriamo nel bosco. Lo ricordo come uno dei passaggi più tecnici di tutto il giro: bisogna stare attenti. Nonostante le accortezze, ce la rischiamo diverse volte e, non senza difficoltà, ritroviamo finalmente l’asfalto. Si sale verso la famigerata Forca di Presta, dove due anni prima ero stato vittima di una delle crisi più dure da superare; ricordo che mi feci trainare da un furgoncino per un po’. Questa volta va decisamente meglio, la strada é trafficata da ciclisti, motociclisti e greggi. Nicola cerca invano di nascondersi tra le smarrite pecorelle, ma di certo il suo colore non gli favorisce il mimetismo.

Sono le 11:00 quando arriviamo in cima e svoltiamo alla volta del sentiero che ci conduce verso le Piane di Castelluccio di Norcia. La fatica c’è, non si nasconde. Il terreno, benché in leggera discesa, non favorisce la velocità, ma Castelluccio ormai è ben visibile, la meta si avvicina. Molte sono le persone che in questo periodo giungono  da ogni parte del mondo per ammirare la fioritura delle lenticchie. Probabilmente siamo un po’ in anticipo, ma qualcosa riusciamo a scorgere anche noi. Prime rampe verso Castelluccio e sosta all’agriturismo Il Sentiero delle Fate, dove cerchiamo di riprendere energie per concludere l’anello. La temperatura é a dir poco torrida, le gambe per il nostro livello di allenamento gridano “basta”. Non ci resta che dirottare la traccia su asfalto, bypassando l’ultima salita fuoristrada. Il valico é vicino, da qui una discesa interminabile ci riporta a Visso, avvolta dalla calura. É finita, avventura conclusa. Circa 160 km totali con 5000 m di dislivello. Io sono stanco, ma i miei amici quasi non parlano più… Non basta una coca a riattivare la favella. Nicola, dei due, mi sembra messo meglio, Marco, beh, lasciamo stare.

Indubbiamente é un percorso che va affrontato con la giusta preparazione, i 5000 m di dislivello non si inventano, nemmeno in e-bike. La bellezza naturalistica del percorso é a tratti veramente estasiante. I lasciti del terremoto ancora oggi sono ben visibili, ma la grandiosità delle persone che abitano in questi luoghi fa passare questo in secondo piano.

Il bilancio finale per questi “diversamente bikers” non può che essere positivo. Certo alla fine la stanchezza ha oscurato un po’ tutto, ma cosa rimane poi quando questa passa? Rimane la bellezza del tempo passato insieme a ridere, a scherzare e a faticare; rimane il ricordo delle innumerevoli cadute di Marco, l’eco degli starnuti di Nicola, le soste improvvisate immersi nelle montagne, di noi e delle nostre bici..

https://www.komoot.it/tour/397401286?ref=wtd

Sibillini Bikepacking

Torno a scrivere. Lo faccio dopo tanto. Il periodo aiuta a cercare dentro di sé un orizzonte che ci aiuti a stare meglio.

Da quel dì di Corsico, bisogna aspettare settembre per vedermi di nuovo in sella, in cerca di avventura e libertà. In mezzo, un trasferimento, un cambio di vita, la necessità di conoscere le nuove strade adagio, senza forzare per riprendersi dall’infortunio, le imprese parigine di tanti amici. Io sto al palo, sogno il rientro.

Sibillini Bikepacking, mi attizza e non poco. In modalità unsupported su percorso permanente. Un anello di 160 km nel cuore delle Marche, in mezzo alla natura, da percorrere in MTB. Ne parlo con Stefano, basta poco per convincerlo, si partirà. Decidiamo per un mercoledì di inizio settembre, benché il meteo ci tenga sul chi va là fino all’ultimo. Lo studio del percorso ci suggerisce di dividere in due l’anello: 80 km al giorno sono sufficienti per avere il tempo di godere appieno delle bellezze che attraverseremo. Ci iscriviamo comunicando così la nostra data ufficiale di partenza: sarà il 4 settembre.

 

 

Sono le 5:00 del mattino. Stefano è sotto casa. Carico la mia modestissima cannondale trail 4 che di suo sta sui 15 kg e via verso Visso. Pian piano il sole viene a darci il buongiorno, sembra che la pioggia dei giorni precedenti voglia concederci una tregua. Ci addentriamo nell’entroterra marchigiano. Lo scenario cambia: qui il tempo sembra essersi fermato a quel dì maledetto, quando la terra ha tremato. Le case o quel che rimane di loro sono il manifesto dello stato di queste zone.

Arriviamo a Visso che sono le 7:00. Ritiriamo la carta di viaggio e siamo finalmente pronti: si parte! Primi 6 km su asfalto in leggera salita, poi ci si addentra su boschetti e strade sterrate. Alla partenza c’erano 8 gradi, la fatica innalza subito la temperatura, almeno quella corporea. Usciamo dal boschetto: il panorama che ci si apre davanti vale la fatica fatta sin ora. Una fontana ci offre un ristoro gradito. Scendiamo per qualche chilometro, attraversiamo un piccolissimo borgo e incontriamo il suo sindaco: un pastore abruzzese è ormai l’unico abitante di questo luogo. Si torna a salire, in maniera anche abbastanza decisa. La strada è fatta di sassi, talvolta instabili che rendono precario il nostro equilibrio. Stefano prende il largo, è nettamente più preparato di me. Incontriamo pochi che decidono di percorrere il G.A.S. o parte di esso. Gli incoraggiamenti fanno sempre piacere.

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Ecco la vetta. Adesso discesa per più di 15 km verso il lago di Fiastra, che, visto dall’alto, si mostra in tutto il suo splendore. Percorriamo tutto il lungo lago prima di accorgerci di aver saltato il secondo check point: tocca tornare indietro. Timbro e abbondante sosta ristoratrice.

Di nuovo in salita, di nuovo prima l’asfalto e poi lo sterrato ad indicarci la vetta. Arranco a fatica, mi fermo, respiro e riparto. La mia ruota posteriore si sgonfia: mannaggia a me che non l’ho fatta controllare prima della partenza.  Cerchiamo di riportarla ad un minimo di pressione per arrivare alla fine della tappa. Mancano una quindicina di chilometri  e quasi tutti in discesa. Si scende per una pista da sci, ci si addentra in boschi ancora umidi per poi tornare di nuovo sull’asfalto. Ormai ci siamo: siamo in località Montefortino,  arrivo di tappa di giornata. Una doccia, una buona cena e una bella dormita ci attendono per affrontare al meglio il nuovo giorno.

La sveglia suona presto, gli occhi si aprono a fatica, i dolori muscolari mi danno il buongiorno. Dopo un’abbondante colazione siamo di nuovo in strada: la mia ruota è ancora giù, chissà se arriverò alla fine. Si sale di nuovo. Le salite sono interminabili, la fatica torna subito a farsi sentire. Stefano, invece, è fresco come una rosa: maledetti magri!! Svalichiamo e al cento abitato sosta alla fontana del paese. Di nuovo in salita, verso Altino, per apporre il terzo timbro. Il rifugio è ricavato da una struttura prefabbricata donata dalla protezione civile. La gentile signora ci racconta dello stato di abbandono in cui purtroppo sono state lasciate queste popolazioni, ci racconta dei migliaia di turisti, provenienti da tutto il mondo, che affollavano questi sentieri prima del terremoto, dell’impossibilità adesso di garantire i giusti servizi e dell’inevitabile pressoché azzeramento del turismo in queste zone. I suoi occhi sono lucidi, impossibile rimanere indifferenti. Un abbraccio e un invito ad andare avanti è d’obbligo.

Si riparte e, manco a dirlo, si torna a salire. Credevo spianasse prima, avrò avuto delle allucinazioni. Eccola, finalmente discesa. Eccola, di nuovo salita!! La salita asfaltata verso Forca di Presta segna la resa del condottiero sfiduciato. La strada di per sé non sarebbe nemmeno così impervia, ma le mie condizioni fisiche me la fanno sembrare peggio dello Stelvio fatto all’Alpi4000. Stefano va, è un grande. Io mi fermo ogni 3×2. Lo vedo allontanarsi. Torna indietro, si carica la mia borsa sottosella e mi incita a continuare, spingendomi addirittura in salita: un mostro. Ad un tratto un aiuto inaspettato: si affianca un furgoncino di austriaci e mi chiede se necessiti di aiuto: è un’occasione da non farsi scappare! Mi aggrappo allo sportello e raggiungo la vetta. Stremato, mi stendo a terra; Stefano, purtroppo, arriva troppo presto: ma come farà? Proseguiamo sempre in quota, con una visuale sulla vallata che è una meraviglia. Sono cotto duro e la ruota continua a darmi problemi. Incontriamo un pastore col suo gregge: l’ennesima testimonianza di solitudine e malinconia. Quattro chiacchiere non bastano a risollevargli il morale più di tanto. Ci saluta dicendoci: “Quando arrivate alla piana di Castelluccio, non guardate in alto: vi si spezzerebbe il cuore!”.

La lunga e divertente discesa ci conduce alla piana di Castelluccio, famosa per i suoi colori durante la fioritura delle lenticchie. Penso: finalmente un po’ di pianura! Ennesimo errore, ho sottovalutato un po’ troppo questa avventura forse. La ruota è di nuovo a terra e l’erba inevitabilmente non aiuta la scorrevolezza. Non so come, comunque, raggiungiamo Castelluccio per apporre l’ultimo timbro. Qui, una birra e un paninozzo non me li toglie nessuno. Facciamo un po’ il punto della situazione: non mancano tantissimi chilometri, ma c’è un’altra salita da affrontare che ci porta verso il punto più alto del tracciato. La mia condizione e l’ora tarda ci fanno ragionare e propendere per una strada alternativa che ci riporti a Visso nel minor tempo possibile. Lasciamo le strutture prefabbricate ai piedi del paese e saliamo verso il centro: c’è addirittura l’esercito a regolare la viabilità. La situazione è davvero pesante, aveva ragione il pastore.

Mi butto in discesa, credendo che ormai sia fatta, ma di nuovo la strada sale. Vedo il valico in lontananza, stringo i denti, so che questa è davvero l’ultima e alla fine sono in cima. Una lunga discesa su strada in manutenzione ci riporta a Visso: la fatica lascia spazio alla gioia di aver completato un giro così duro e bello. Abbraccio Stefano, ho trovato in lui un compagno solido e altamente altruista. Spero di non averlo limitato troppo. Siamo felici, apponiamo l’ultimo timbro, quello di FINISHER e beviamo una birra, l’ennesima, l’ultima.

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Colpevoli o innocenti?

Dopo settimane di attesa oggi la decisione della World Athletics è arrivata, l’imputato in oggetto, o meglio le imputate erano le famose Nike Vaporfly, anche se in realtà la sentenza verte sul tipo di tecnologia utilizzata e non sul modello in sè per sè. Il prologo lo conosciamo tutti, dopo che non soltanto gli atleti d’elite, ma anche gli amatori, hanno visto migliorarsi di un bel po’ i loro tempi sulla maratona, la federazione internazionale di atletica ha deciso di vederci meglio e fare un’indagine a riguardo, dato che con le scarpe in questione, il vantaggio che si potrebbe avere sarebbe del 4-5%, in termini di efficenza energetica, addirittura del 6% per chi va un po più “lento”, cosa significa in pratica? che in maratona, un’atleta in grado di correrla in 2 ore e 10 minuti, si vedrebbe abbassare il proprio tempo di ben 5 minuti. Si potrebbe pensare che sia tutta una montatura contro Nike, o che siano le solite dicerie di mercato del momento, ma alla base iniziano ad esserci degli studi, primo fra tutti quello condotto dal New York Times e uscito il 13 Dicembre, che vi invito a leggere (https://www.nytimes.com/interactive/2019/12/13/upshot/nike-vaporfly-next-percent-shoe-estimates.html), sintetizzando il vantaggio che se ne trarrebbe dall’uso delle nike vaporfly sarebbe davvero concreto, addirittura con quelle ai piedi si avrebbe il 74% di probabilità di fare il proprio personale sulla lunga distanza. Ma cos’è che rende le nike vaporfly così speciali rispetto agli altri brand?

Oltre all’uso di una piastra in carbonio nell’intersuola, che comunque anche Hoka ad esempio ha introdotto, è lo strato di “pebax” di cui è composta la suola che fa la differenza; il pebax un prodotto, una schiuma, brevettato da Arkema, un’azienda chimica francese, che garantisce un’efficienza pari all’87%. Laddove le scarpe da corsa tradizionali, che hanno la suola composta di etilene vinil-acetato, sono in grado di restituire solo il 65% dell’energia impiegata. Una spinta che la stessa Nike, nel materiale promozionale legato al prodotto, definiva “un’arma segreta integrata che fornisce una sensazione propulsiva“.

Ed eccoci ad oggi, a seguito di tutto quello che si è detto la WA ha stabilito che:

  • L’intersuola non può essere più spessa di 40 mm.
  • È ammesso l’uso di piastre flettenti in carbonio nell’intersuola, anche in diverse sezioni ma solo qualora siano disposte su uno stesso piano, senza quindi che lavorino in parallelo o che si sovrappongano.
  • L’uso di un’ulteriore piastra è ammesso solo per le scarpe con chiodate e solo per alloggiare la chiodatura. Su questa tipologia di scarpe l’intersuola non deve comunque superare i 30 mm.
  • Un modello che è disponibile al pubblico per un periodo superiore ai 4 mesi precedenti alla competizione è ammesso.
  •  I prototipi non sono ammessi.

Devo dire che, dopo aver visto il video del mio allnatore dedicato proprio a questo argomento, di cui riporto il link (https://www.youtube.com/watch?v=3b2ztHV4OPQ) e dopo aver letto tutti i commenti che hanno lasciato le persone, anche io in questo articolo volevo dire la mia e scrivere per una volta qualcosa di diverso dalla solita corsa domenicale. Però prima ve ne riporto alcuni:

“Non vedo dove sia il problema: sono scarpe in vendita, chiunque, se vuole, le può comprare… Allora torniamo agli anni 70 con le racchette da tennis in legno o le biciclette in acciaio… Si chiama progresso, l’importante è che siano accessibili a tutti e non siano un prototipo, sono sempre scarpe, non vanno da sole”

“Brava Nike.. Ha investito miliardi in ricerca per creare una scarpa migliore. Altrimenti torniamo alle scarpe di 30 anni fa”

“È normale e giusto che sia così, è la base dell’evoluzione, vietarlo non ha assolutamente senso, sono in vendita e tutti possono comprarle, non sono discriminatorie…ok se fossero discriminatorie o se fossero un problema per la salute ma allora a questo punto vietiamo anche gli orologi, i cardiofrequenzimetri ecc…”

“Il “lavoro sporco” devono farlo i piedi e non le scarpe. È fondamentale imparare a correre bene prima di tutto”

“Se un accessorio (di qualunque tipo) garantisse un vantaggio meccanico EVIDENTE, sarebbe giusto metterlo al bando? Sia chiaro, io sono assolutamente favorevole all’evoluzione tecnologica, ma credo sia anche giusto “mettere dei paletti” come accade in altri sport per evitare di denaturare questa pratica sportiva. Il problema è proprio concettuale: cosa fa di una scarpa, una scarpa? Dopo esserci dati questa risposta, occorre costruire un regolamento ed incentivare l’evoluzione tecnologia entro il rispetto delle norme”

“Questa diatriba mi ricorda quella del mondo del nuoto di qualche anno fa, quando alla fine vietarono i costumoni… Mi sembra giusto limitare l’uso della tecnologia e lasciare sempre centrale il fattore umano!!”
“Prima di tutto deve esserci la passione per la corsa, e io credo che passione significhi tempo,allenamenti e sacrifici. Se non ci sono questi presupposti nel cercare sempre di migliorarsi, queste scarpe secondo me servono a poco”
Premesso che Nike non mi è mai piaciuta, non ho mai indossato scarpe nike e non le metterò mai proprio per la filosofia che trasmette, ma su cui non mi dilungo oltre, la mia posizione si accosta alle ultime citate, giusto che la tecnologia si evolva e che le scarpe, magari, ci facciano correre in maniera più confertevole (non più veloce), ma così facendo si cerca di trasmettere un messaggio che a mio avviso c’entra poco con il fattore sportivo, dove l’unico protagonista è e dovrebbe rimanere sempre, l’uomo, con tutti i suoi limiti e le sue qualità, non certo una scarpa in grado di ridarti un ritorno di energia abbastanza importante, anche se fosse stato un altro brand ad essere messo sotto accusa l’opinione non cambierebbe, non è certo abbassare il  io tempo in maratona, o sulla mezza, di un minuto che mi rende felice dopo una corsa. Certo, se miglioro sono più felice, chi non lo sarebbe? ma preferisco che sia frutto dell’impegno che metto in allenamento, di quelle volte che mi sono sforzato di assumere una postura corretta o di tutte le volte che ho fatto gli esercizi per potenziare i piedi, non certo per merito di una scarpa, qualunque essa sia. Purtroppo la logica di mercato è così potente che un runner oggi non si chiede cosa può fare per migliorarsi, ma quale scarpa è in grado di farlo andare più veloce o comunque che gli garantisca una bella sensazione; è o non è  cosi? Che la scarpa sia fondamentale per chi corre è fuori discussione, ma a mio avviso dovrebbe servire esclusivamente a farci avere un buon feeling con essa, al più darci un po’ di protezione se proprio proprio ne sentiamo la necessità, ma non certo farci correre più veloce. A mio avviso è quindi giusto mettere “dei paletti”, o comunque scrivere delle “regole ben definite”, un giorno magari si inventeranno un materiale simil meccanico che darà un ritorno di energia dell’8%, e lì cosa vogliamo fare? lasciare che siccome il progresso tecnologico deve andare avanti non si può arrestare? Come ribadito si parla sempre di sport, dove a muovere il motore dovrebbero essere altri valori, e non la ricerca spasmodica di calzature sempre più performanti. Di Abebe Bikila che vinse la maratona dei giochi olimpici di Roma correndo l’intera distanza a piedi nudi ce n’è stato uno solo, ma ognuno di noi ha del potenziale, e non possiamo confidare in un una scarpa per tirarlo fuori.

Maratonina di Crevalcore-Momorial Vito Melito

Da quando ho iniziato a correre qui devo dire che mi è sempre piaciuto. È la prima gara dell’anno, e solitamente è sempre stata dedicata ad una dieci km, che veniva chiamata “10000 della befana” di Crevalcore. Quest’anno le cose sono un po’ cambiate; inizialmente, dopo l’edizione del 2019 sembrava che non si facesse più niente, invece anche quest’anno la macchina organizzatrice ha messo su una bella due giorni dedicata alla corsa: family run da 4,2 e 9,9 km, diciamo più “na passeggiata de salute” domenicale J, e per l’epifania la maratona e la mezza maratona, che per questa edizione ha assunto la valenza di “Memorial Vito Melito”. Proprio per questo, anche se ci siamo trasferiti verso altre “case”, ci è stata concessa la possibilità di correre con la vecchia canotta, in memoria del nostro vecchio presidente e allenatore,  onorare al meglio il suo ricordo. Non me la sarei persa per niente al mondo, e anche se la tabella di allenamento recitava “questa mezza è solo un allenamento…pensa solo a divertirti”, e il mio stato di forma fisica non fosse al massimo, ero lo stesso intenzionato a fare bene, cercando di seguire il consiglio di godermela.

Arrivo nell’impianto sportivo vicino alla zona di partenza assieme a Maria e Gianfranco, cambio di abbigliamento al volo e ci presentiamo al banco della nostra nuova polisportiva a ritirare pettorale e chip. Ci sono anche tutti gli altri, e nell’attesa scherziamo un po’, ci facciamo gli auguri, si riunisce il gruppetto Passatore per chiaccherare un po’ degli ultimi allenamenti e di quelli futuri, soprattutto dei “lunghi” che ci aspettano, infine una bella foto di rito, l’ultima che ci vede tutti in arancione. Anche la partenza è leggermente diversa, stavolta si parte dentro alla pista di atletica, invece che fuori come gli altri anni. Lo speaker Claudio Bernaggozi ricorda ovviamente Vito, dopodiché ultimi istanti prima dello start, è proprio un piacere ritrovarci ancora una volta qui, con il freddo che ne fa sempre un po’ da padrone, ma con la stessa voglia di correre che abbiamo nelle altre gare.

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Partiti!!!!!

Via!!!!! Il percorso sarà un bel giro unico, che tutto sommato non è male, anche se devo dire che mi trovo meglio quando sono due giri da 5 Km (se è una dieci), o due giri da 10 km( se è una mezza), forse perché a livello psicologico accuso un po’ meno e rivedere gli stessi punti mi aiuta, in questo caso comunque c’è poco da vedere, siamo quasi sempre immersi nella nebbia, e dopo qualche km sono costretto a togliermi gli occhiali e tenerli in mano, altrimenti è peggio; al primo ristoro bevo giusto un po’ d’acqua al volo e continuo, mi sono aggregato ad un gruppetto di quattro ragazzi, e devo dire che mi trovo bene, credo che stiamo tenendo un buon passo (in gara non guardo mai l’orologio) , questo mi motiva a stargli sempre attaccato, l’unica nota leggermente negativa è che non si parla per niente, ma oggi è comprensibile, con queste temperature meglio non sprecare neanche una boccata di fiato, parleremo dopo nel caso.

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Insieme al gruppeto

I km sono tutti segnati sulla strada, che si snoda in mezzo alle campagne intorno Crevalcore, ad un certo punto attraversiamo anche un tratto praticamente quasi da corsa campestre, con i sassi però che spuntano nella parte centrale della strada, questo è il punto in cui faccio più fatica, più che altro per l’appoggio dei piedi, non mi sento troppo sicuro. Mi è sembrato che durasse una vita, sarà stato 1 km massimo? Vabbè, al 10 km decido prendo un bicchiere di thè caldo e cerco di berlo in corsa, ma non è facile come l’acqua, così mi fermo e lo finisco, cavolo ci vuole proprio qualcosa di caldo nello stomaco, poi vado a riunirmi al gruppetto. Nei successivi km, dopo l’attraversamento di un cavalcavia, testa e gambe sono proiettate solo verso l’arrivo, il gruppetto si sfalda un po’, un ragazzo ci raggiunge e insieme ad un altro se ne scappano un po’ via, mi sento anche abbastanza bene, quindi forse sono loro che hanno aumentato il ritmo, chissà.

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Passaggio nel centro di Crevalcore

Uno riesco a superarlo quando mancano 3 km, nell’ultimo km invece ne riprendo un altro che si era staccato, quando mancheranno qualche centinaio di metri suo figlio gli va incontro e iniziano a correre l’ultimo tratto insieme, accidenti, ora mi sorge il dubbio “che faccio? Lo sorpasso o lascio che si goda il momento?”, sono abbastanza lanciato, tiro dritto e lo sorpasso alla sua sinistra all’ingresso della pista. Manca veramente poco, e in quel momento sento un avanzare di passi incredibile, giro lo sguardo verso destra e vedo il volto di un ragazzo, lì mi dico “ eh no cavolo, non alla fine!!” così negli ultimi 100 m diamo vita a uno scatto che a rivedere le foto è davvero stupendo!!!!.

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Uno dei finali di gara più belli…alla fine l’ho spuntata 🙂

Taglio il traguardo con un buon tempo, sono proprio contento, non me l’aspettavo visto che solo due giorni prima avevo fatto 35 km collinari; faccio i complimenti al mio “rivale” e parlo un po’ con il ragazzo che correva con il figlio. Questi sono davvero dei bei momenti, quando dopo il traguardo ci salutiamo come se ci conoscessimo da tempo, tutti accumunati dalla stessa passione, poi però subito dentro che a stare fuori fermi ci prende un accidente; e prima di ripartire ci soffermiamo ad assistere alle premiazioni, dato che tre del nostro gruppo sono andati a premio.

Anche quest’anno correre qui mi ha regalato una bella gioia, farlo nel ricordo di Vito ha aggiunto quel senso di emozione che mi ha permesso di dare qualcosa in più, e la cosa più bella anche questa volta è stato condividere tutto con gli altri, ora inizierà una nuova avventura, con la speranza che possano arrivare tante altre gioie con la nuova casacca.

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